Muovendomi molto spesso, di recente, per la zona di Monfalcone, mi sono imbattuto giorni fa in qualcosa di inaspettato.

In una strada di Panzano, nei pressi del grande cantiere navale Fincantieri, sorge una piccola casetta, ristrutturata di recente, contornata da un piccolo giardino, coltivato a prato inglese. Accanto all’edificio un pilo portabandiera.


AnalogcoPassando di lì, incuriosito, mi avvicino per capire: è la sezione A.N.A. (Associazione Nazionale Aplini) di Monfalcone.

Già in servizio nella Marina Militare, discendente da una famiglia di marinai e navigatori, risiedendo da sempre in una città di mare, trattengo a stento un benevolo sorriso: una sezione alpina, temo, la potrei trovare persino a Lampedusa.

Ciò che però mi colpisce di soppiatto, con la forza dell’inatteso, è scorgere la lapide con il nome del gruppo: “Tenente Colonnello Amelio Cuzzi, Medaglia di Bronzo”. Accanto all’epigrafe un bassorilievo inciso nella pietra delinea il profilo inconfondibile dell’uomo barbuto ed alpinamente cappelluto che incontrai anni orsono.

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Amelio Cuzzi? Quell’Amelio Cuzzi che conobbi venticinque anni fa, ormai, come presidente della Famiglia Parentina dell’Unione degli Istriani? (Vedere www.unioneistriani.it)

Proprio lui. La sorprendente conferma – ammetto: giaccio in una beata ignoranza – mi viene dal simpatico alpino, a riposo, che armeggia proprio attorno al pilone, per ammainare il tricolore al calar della sera.

Mi invita ad entrare, a vedere le molte foto del Cuzzi all’interno della sede e mi ragala, disponibilissimo, alcuni materiali cartacei e promozionali. “Si, è l’Amelio Cuzzi di Parenzo. Quello a cui hanno da poco intitolato la scuola elementare giù a Monfalcone”.

Sbalordito per queste notizie – la cui mancata circolazione negli ambienti parentini in esilio è segno innegabile del trascorrere del tempo e del rattrapirsi ed inaridirsi dei canali di comunicazione e contatto che, un tempo, univano costantemente l’ecumene di Parenzo esule – rientro a casa e mi documento.

E leggo. E leggendo scopro: fatti, storie, accadimenti recenti e meno recenti.

E mi vergogno, profondamente.

La comunità esule, nemmeno quella di Trieste che ne è il capoluogo morale, non ha mai ragionato in prospettiva, pensando al lungo periodo e preparandosi all’ineluttabile, sviluppando progetti sinergici per trasmettere e tramandare il ricordo di sé e della propria cultura alle nuove generazioni, onde evitare la decadenza e l’oblio. Troppo concentrati sul proprio eterno presente, mai attenti ai veri progetti culturali, sempre impegnati a sfruttare nel modo sbagliato le risorse disponibili, anche quand’esse non erano “troppo poche”, i giuliano-dalmati della diaspora hanno madornalmente mancato il randezvous con la Storia, lasciando inascoltate le poche ma valide voci solitarie che strillavano nel deserto.

Dopo più di quindic’anni di militanza in quegli ambienti, come detto, mi vergogno.

Tra le altre fonti, corro a rileggere vecchi numeri de In Strada Granda, il semestrale della Famiglia Parentina, l’organo ufficiale della Parenzo italiana ed in esilio, il bollettino che dovrebbe recare notizie ai concittadini sparsi per i quattro angoli del globo. Anche quelle pagine, purtroppo, trasudano sin da tempo immemore il segno innegabile ed onnipresente del proprio fallimento culturale: foto di raduni, gruppi festanti, ritrovi, cerimonie ufficiali: “La foto del Gruppo prima del congedo”, “Alcune poetesse giuliane al termine della conferenza”, “Domenica mattina in piazza Attilio Hortis, al centro, Michelino col gonfalone, gli altri tutti noti” sono alcune delle didascalie scelte a caso dal numero 39 del dicembre 1991. A venticinque anni di distanza, i più ritratti in quelle istantanee non sono con noi o, comunque, non sono in grado di ricordare; chi, come me, appartiene ad altre generazioni, non conosce quegli esuli. I nomi delle poetesse, di chi affianca Michelino accanto al gonfalone o di coloro che, ridenti, compongono il Gruppo, sono irrimediabilmente persi per sempre nell’oblio della storia e nelle pieghe del tempo.

Fallito, noi abbiamo”, esclamerebbe sommessamente il Maestro Joda.

Abbiamo fallito perché abbiamo lasciato scrivere la nostra storia ad altri: ai Rimasti, agli Oliva o ai Cristicchi di turno [sul tema si legga qui, oppure qui o, ancora, qui]; abbiamo fallito perché non siamo riusciti a creare degli istituti d’eccellenza (spiace constatarlo, ma l’I.R.C.I. non lo è mai stato né mai lo sarà. Vedi qui) per promuovere lo studio scientifico della nostra cultura in collaborazione con le università ed in connessione con omologhi di altre nazioni europee; abbiamo fallito perché non abbiamo mai concepito né tentato un reale dialogo concreto con le nostre stesse nuove generazioni: completamente persa la seconda, abbiamo snobbato o soltanto meramente sfruttato la terza. Siamo una specie già estinta che non ne matura nemmeno la consapevolezza e non abbiamo più nulla da tramandare, nemmeno i nomi di chi è ritratto nelle inutili foto dei nostri bollettini.

Non pensiamo, poi, a tramandare la conoscenza degli uomini che hanno fatto la storia del nostro popolo, prima o dopo l’esilio.

Superata e vinta quest’ondata di profonda amarezza, ritrovo innanzitutto l’Amelio Cuzzi che avevo conosciuto. Nella grigia istantanea del 46° pranzo di San Mauro – patrono di Parenzo – l’Enrico Neami tra noti – così recita la sciagurata didascalia – ha la fortuna di riconoscere, da destra: Umberto Crisma (allora direttore de In Strada Granda), Enea Marin, il giovane sottoscritto, Mario Rabusin ed il presidente Amelio Cuzzi.

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Jolly Hotel, Trieste, 29 settembre 1991: (da sx) Amelio Cuzzi, Mario Rabusin, Enrico Neami, Enea Marin, Umberto Crisma.

Era il 29 settembre 1991: avevo 16 anni, non ero ancora stato in Marina ed alzavo il primo calice di vino bianco della mia vita. Non ricordo di cosa si parlò quel giorno a tavola. Ricordo però l’impressione che ebbi di quel posato signore dal pizzetto bianco: signorilità, calma, gioiosa serenità.
È una giornata che ricordo ancor oggi, non so bene il perché. Ritrovare il presidente Cuzzi sulla targa del Gruppo A.N.A. di Monfalcone ha rinfrescato il ricordo dei colori, delle sensazioni e dei sapori di allora.

Mi documento quindi sul gruppo “Cuzzi” degli alpini di Monfalcone, sezione A.N.A. di Gorizia (www.anagorizia.it).

Il Gruppo nasce nel 1930 e viene poi ricostituito, dopo la fine del secondo conflitto bellico, nel 1947. La ricostituzione avviene quando la città è ancora sotto il Governo Militare Alleato ed è opera di un comitato, del quale faceva parte anche l’allora capitano Amelio Cuzzi. La domanda alle autorità occupanti è firmata dagli anziani Rodolfo Cella e Giuseppe Boscarol ed il nulla-osta porta la data del 24.11.1946. Dapprima alle dipendenze della Sezione di Udine, non essendo all’epoca ancora Trieste ricongiunta all’Italia, solo nel 1951 entra a far parte della Sezione di Gorizia.

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Il cippo ai Caduti ungheresi del 4° Reggimento Honvéd,

Gruppo alpino sempre attivo negli ambiti di attività istituzionale dell’A.N.A., quello di Monfalcone si distingue per specifiche iniziative trasversali, alquanto illuminate, di conservazione della memoria dei fatti del primo conflitto mondiale: recupero e restauro di numerose erme e cippi del carso isontino – tra le quali vanno citate quelle delle Medaglie d’Oro Toti e Colombo già distrutte dai tedeschi, l’Erma di Quota 12 del Lisert [re-inaugurata il 25 maggio 2013 nel corso di una cerimonia a cui ebbi peraltro l’onore di presenziare quale vicepresidente dell’Unione degli Istriani] e la riconsacrazione, già nel maggio 1980, del cippo ai Caduti ungheresi del 4° Reggimento Honvéd sul Monte San Michele – e di tratti trincerati nel monfalconese; l’assistenza pedagogica alla scuola Waldorf di Sagrado; la collaborazione con la Squadra Comunale Antincendio del Mandamento Ronchi-Monfalcone; l’assunzione in forza dal 1996 del Nucleo Medico Pediatrico dell’ospedale infantile Burlo Garofalo di Trieste per la Protezione Civile ANA.

Intitolata alla memoria del nostro Cuzzi sin dal 1995, il 15 ottobre 2000, nel 70° anniversario di fondazione, la sede di Monfalcone viene definitivamente spostata nell’attuale locale ex INAM di via Bonavia, concesso dal Comune ed interamente ristrutturato dal Gruppo medesimo, per buona parte della durata dei lavori sotto la guida, appunto, di Amelio Cuzzi.

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E quindi, spulciando, ricupero la motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare concessa al Tenente di Fanteria (A) di complemento del Reggimento di Fanteria Speciale “Legnano”, Brigata Alpina “Piemonte”, Cuzzi Amelio di Giovanni da Parenzo (Pola):

Ufficiale comandante di pattuglia, incaricato di una rischiosa missione notturna entro le linee nemiche, guidava i suoi uomini con perizia ed audacia sfidando, in testa ai suoi uomini, l’insidia dei campi minati.
Trovatosi di fronte ad una difficile situazione provocata dallo scoppio di alcune mine e dalla reazione nemica, si prodigava generosamente, con grave rischio personale, riuscendo ad assolvere non di meno e pienamente l’incarico ricevuto e luminosamente dimostrando sicura capacità di comando e non comune personale valore.”
Casa Carrara in Valle Idice, 18 aprile 1945.

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Distintivo da spalla per l’uniforme da combattimento del Gruppo di Combattimento “Legnano”

Devo allora documentarmi di più e riesco a ricostruire alcune brevi note biografiche, ripescate dalle poche e ridondanti fonti disponibili, dalle quali emergono poi ulteriori dettagli interessanti e poco noti della vita di questo grande istriano.

ParenzoAmelio Cuzzi nasce a Parenzo (Istria) il 13.02.1913 terzo di quattro figli e unico maschio.
La famiglia è composta da papà Giovanni, fabbro e artista del ferro battuto, la mamma Luigia Begnù proveniente da una famiglia di commercianti, dalle sorelle Romana, Olimpia e Wanda.
A tredici anni va “a pensione” a Trieste per frequentare il Regio Istituto Industriale Alesandro Volta da dove, cinque anni dopo, esce con il diploma di Perito Industriale.

studententreffenDurante le vacanze ritorna sempre a Parenzo, diventando ben presto una delle colonne dello sport locale, sia come canottiere, che come giocatore di pallacanestro.
Nel 1933 si immatricola alla Regia Università degli studi di Trieste frequentando il corso di studi Economici e Commerciali; dà pochi esami e mai si laureerà, ma viene sempre selezionato per i Giochi Universitari Nazionali Littoriali, a cui partecipa negli anni dal 1933 al 1936 (Roma, Bologna, Milano).
Nel 1933 è tra i fondatori e giocatori della prima squadra di Rugby Triestina, la squadra universitaria della
(GUF).

Nel 1938 viene assunto ai Cantieri Riuniti Dell’Adriatico (CRDA) di Monfalcone come disegnatore tecnico. Alloggia in una stanzetta da scapolo presso l’albergo impiegati ed è proprio in cantiere che conosce la sua futura moglie, Bruna Golosetti, impiegata come dattilografa presso la direzione dell’Azienda.

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Allo scoppio della guerra viene richiamato e con le Truppe Alpine combatte in Albania, in Montenegro e in Grecia.
Dal 1940 al 1943 prende parte, con il grado di tenente, alle campagne di guerra sul fronte greco e jugoslavo inquadrato nell’8° Reggimento alpini della “Julia”.

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In primo piano un alpino del Gruppo di Combattimento “Legnano”, si noti il distintivo sul braccio.

Dal 1943 al 1945 partecipa alla campagna sul fronte italiano nel Reggimento “Legnano” del battaglione Alpini “Piemonte” al seguito delle truppe alleate, meritandosi la Medaglia di Bronzo sul campo. Ferito due volte è anche insignito di tre Croci al merito di guerra e della medaglia di Volontario nella guerra di liberazione.

A guerra finita, da Ufficiale degli Alpini, con il Battaglione Piemonte alloggia a Chiesa in Val Malenco (So); nel 1945 sposa finalmente Bruna al rifugio Marinelli (2812 m) con l’Ordinario Militare officiante e i suoi Alpini come testimoni.

Il referendum del 2 giugno 1946, che decreta la nascita della Repubblica, lo vede abbandonare la vita militare, avendo optato per la monarchia in coerenza con il suo giuramento di fedeltà al Re ed alle sue azioni in guerra compiute sotto la bandiera Sabauda.

Ritornato a Monfalcone è riassunto ai CRDA fino al pensionamento, con le mansioni di Responsabile dell’ufficio Sicurezza e delle maestranze; è tra i primi a dover affrontare il dramma dell’amianto che allora iniziava a decimare fisicamente i lavoratori.

Nel 1948 nasce la prima figlia Marina; nel 1954 il figlio Marco; ha anche la gioia di un nipote, Bruno, figlio di Marco che dopo la maturità e prima dell’università, vuole prestare il Servizio Militare volontario tra gli Alpini a Trento.

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Amelio Cuzzi

Amelio Cuzzi si dedica a Monfalcone anche come Amministratore Comunale: assessore prima con i sindaci Pacor e Rizzatti e dal 1958 al 1961 come Sindaco della città.

In ciò si impegna con tutta la sua caparbietà Istriana e quell’onestà in lui innata.

Alcuni mesi dopo la sua morte (1994) il Sindaco Persi consegna ai famigliari, a nome della municipalità di Jesi, la cittadinanza onoraria ad Amelio per aver contribuito a liberare la città dalle truppe nemiche e per essere stato tra i primi ad entrarvi.

Fu socio e socio fondatore di molte Associazioni che ancora operano a Monfalcone. Tra le molte altre, quelle che amava di più erano: la Canottieri Timavo, che gli ricordava la sua gioventù a Parenzo e la Associazione Donatori Volontari di Sangue (ADVS) per il valore morale e di solidarietà umana che aveva come scopo.

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In seno all’Associazione Nazionale Alpini è stato l’artefice, nell’immediato dopoguerra, della ricostituzione della Sottosezione che ha diretto, quale Presidente, dal 1947 al 1957 e del cui Direttivo ha fatto parte sino al 1980. Ha ricoperto anche la carica di Capogruppo (dal 1973 al 1984) delle sezioni Zara-Pola-Fiume con sede a Venezia.
Sua è stata anche l’ideazione della Fiaccola Alpina della Fraternità Timau-Redipuglia.

Dal 1962 al 1969 ricopre l’incarico di Consigliere nel Direttivo della Sezione di Gorizia.

È stato attivo anche, nel 1976, al cantiere A.N.A. N° 2 di Attimis durante la ricostruzione del dopoterremoto in Friuli.

Con Amelio il Gruppo ANA di Monfalcone si è occupato anche del ripristino del tratto di trincea che si trova lungo il sentiero n.84, oltre il sottopassaggio ferroviario di Salita Mocenigo. L’opera faceva parte della linea italiana che dopo le prime operazioni del giugno 1915 correva dall’altura della Rocca sino alle pendici di quota 104. L’esercito italiano nella terza battaglia dell’Isonzo, si attestò definitivamente poco oltre: sulla quota 104, base di partenza degli assalti alle quote 121 ed 85.
La trincea, profonda quasi due metri, è oggi accessibile tramite dei gradoni e si estende con andamento  curvilineo per una trentina di metri con una larghezza media di circa un metro e mezzo.
Per tutta la sua lunghezza sono disposte feritoie per fucilieri e sono visibili una piazzola per mitragliatrice, una vedetta e due cavernette ricovero. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1994, la stessa viene intitolata trincea “Amelio Cuzzi”. (Per info e dettagli: www.itinerarigrandeguerra.it)

logoAmelio Cuzzi fu anche elemento di primo piano nella struttura NATO di Gladio – Stay Behind per l’area di Monfalcone e Gorizia.

[www.stay-behind.it e Atti Parlamentari]

Cronologicamente l’ultima notizia che recupero, anche abbastanza facilmente, è quella, anticipatami dall’alpino al pilo portabandiera, dell’intiolazione della scuola primaria di Largo Isonzo di Monfalcone (Istituto Comprensivo Randaccio) proprio ad Amelio Cuzzi, il 10 ottobre 2015.

dagostiniNelle numerose carrellate fotografiche dell’evento è davvero un peccato ed un dispiacere non poter scorgere il labaro della Famiglia Parentina o di quelle associazioni giuliano-dalmate che asseriscono di essere sempre presenti “sul territorio”.

Ecco la fotocronaca proposta dal quotidiano “Il Piccolo“: ilpiccolo.gelocal.it. Ed ecco ancora il numero speciale del bollettino della Sezione A.N.A. di Gorizia, “Sotto il Castello“, dedicato all’evento: www.anagorizia.it

Presidente Cuzzi, che almeno queste brevi note riparino in parte a quell’ingiustificabile assenza.

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@EnricoNeami

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