ScansioneL’argomento dominante nei salotti buoni dell’intellettualità esule nell’ultimo mese è stato l’affaire Magazzino 18, conseguente alla messa in scena a Trieste, e poi anche in Istria, del recital di Simone Cristicchi, cantautore già noto per testi provocatori come Mio nonno è morto in guerra e, soprattutto, Genova Brucia! (⇒ n°12/2013).

Sulla questione, nella quale come noto, sino alla vigilia della prima, l’Unione degli Istriani ha giocato, come sempre, un ruolo da protagonista, è stato detto e scritto di tutto e di più, e molti tra i nostri associati hanno chiesto ragione delle nostre posizioni non smaccatamente favorevoli ed allineate, incerti se non fosse più utile plaudere comunque ed acriticamente all’opera di Cristicchi, all’insegna del noto slogan “parlarne anche malamente, purché almeno se ne parli”.

Pare quindi didattico ed istruttivo fare luce su alcuni spunti certamente rilevanti per il mondo dell’Esodo giuliano–dalmata, con un’unica essenziale premessa: né l’Unione degli Istriani, né il sottoscritto, hanno mai inteso – né lo hanno fatto – scendere a dibattere sui meriti ed i contenuti, artistici e politici, dello spettacolo che, essendo opera di un artista, è chiaramente libero e legato alla sensibilità, alle idee ed alle visioni dell’autore.

Detto questo, bisogna rilevare come Magazzino 18 sia il risultato un’operazione commerciale brutta, pasticciata ed approssimativa. Per di più faziosa. Ne spieghiamo ora le ragioni.

Era, infatti, una brutta faccenda già prima di cominciare – ne abbiamo data abbondante notizia nello scorso numero – e solamente grazie alle necessarie proteste dell’Unione degli Istriani (mi si lasci sottolineare che nel merito non è mai giunta replica o smentita ufficiale da parte di alcuno) e di altre organizzazioni patriottiche e dell’Esodo, lo spettacolo è stato infine lanciato in una versione che pare possibile considerare accettabile. Ma la vicenda è proseguita peggio: gli ambienti politici del centrosinistra triestino, evidentemente interessati ad un’immagine progressista e pacificata della città di Trieste, unitamente al presidente del Teatro Rossetti di Trieste, il senatore della minoranza slovena Miloš Budin, ed ai media, hanno voluto far figurare il “tutto esaurito” agli spettacoli triestini di Cristicchi, tanto da mettere in calendario un’ultima uscita domenicale straordinaria. Ne è filtrata all’opinione pubblica del capoluogo giuliano l’idea di un oceanico successo, “tutto esaurito” appunto.

Mai nulla di più falso: ciò è emerso non solo dagli innumerevoli testimoni che, presenti in sala, hanno raccontato di un teatro solo parzialmente riempito, ma il trucco è stato ingenuamente smascherato dallo stesso quotidiano di Trieste “Il Piccolo” che, nell’edizione di venerdì 25 ottobre – ovvero due giorni prima dell’ultimo spettacolo ‘straordinario’ di domenica 27 – pubblicizzava “a chi è interessato a vedere le repliche di oggi, domani o domenica” la disponibilità di ancora 1.000 (!) posti liberi. La bruttura dell’operazione, grazie alla quale Cristicchi – il quale ha esordito nello scorso luglio lanciando la canzone Magazzino 18, per poi partire con il tour dello spettacolo in ottobre e, a detta dei lanci stampa, pubblicare un libro ed un DVD agli inizi del 2014 – guadagna in fama e danari sulle spalle degli esuli, sconfina anche nel sacrilego.

Mag3_bassa-1Nell’edizione del 6 novembre, La Voce del Popolo, quotidiano in lingua italiana pubblicato a Fiume, riportava un’intervista di Rosanna Turcinovich al Cristicchi, in cui l’artista romano dichiarava di aver ricevuto in regalo dall’I.R.C.I. una sedia tratta dalle masserizie del Porto Vecchio di Trieste, nonché come fosse sua intenzione avere con sé la sedia (appartenuta alla famiglia di Ferdinando Biasiol, come si evince dall’intervista di Lucia Bellaspiga pubblicata sull’Avvenire del 21 ottobre) per tutta la durata della tournée: “[…] Piero (Delbello, il direttore dell’Istituto, n.d.a.) aveva promesso di regalarmi una sedia istriana, se un giorno avessi fatto qualcosa per raccontare la loro vicenda. Quella sedia ora è diventata il mio portafortuna per la tourneè, (sic) e viaggerà con il resto della scenografia ma non la userò sul palco. Per me è sacra!”.

Tralasciando il fatto che, in questo caso, l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata di Trieste (I.R.C.I.) – Istituto che è proprietario delle masserizie oggi conservate nel Magazzino 18 del porto di Trieste, in virtù di un decreto prefettizio retroattivo alla fine degli anni ’80 – abbia regalato parte di quella che è la sua principale e più imponente collezione museale ad un cantautore, privato cittadino, e pur soprassedendo al fatto che più volte negli ultimi vent’anni altri privati cittadini, esuli discendenti di quei profughi che le avevano dovute abbandonare, si sono rivolti all’I.R.C.I. sperando di poter recuperare almeno alcuni degli oggetti personali dei loro padri ma ciò è stato loro impedito, in virtù appunto di quel passaggio di proprietà, persino quando avevano già riconosciuto singoli pezzi come propri, va necessariamente rimarcato l’altissimo valore morale, prima che etnografico, che quegli oggetti hanno per il popolo esule: ho personalmente più volte citato in merito gli assunti proprio di Piero Delbello, direttore dell’I.R.C.I., che ha per primo paragonato le nostre masserizie alle “valigie di cartone degli Ebrei”, ovvero a quella categoria di oggetti personali, valigie, averi, anelli ma anche capelli e denti d’oro che sono oggi muto ed orrido testimone dell’immensa unicità dell’Olocausto nei principali memoriali presso gli ex campi di sterminio nazisti.

Le Masserizie sono il mausoleo silente della tragedia delle nostre genti e, essendomi occupato a lungo personalmente di queste faccende per anni, ritengo non possano e non debbano essere regalate o spartite a chicchessia.

Non mi risulta che Steven Spielberg, noto regista che produsse e diresse l’indimenticato Schindler’s List, primo blockbuster della cinematografia contemporanea sulla Shoah, abbia mai ricevuto in regalo dallo Yad Vashem – il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme – un dente d’oro già appartenuto ad una vittima di Auschwitz, né che l’ottima autrice de La Masseria delle Allodole, l’amica Antonia Arslan, abbia avuto in omaggio dalla direzione del Tsitsernakaberd – La Collina delle Rondini a Yerevan, ove sorge l’imponente mausoleo alle vittime del Genocidio Armeno – una veste tratta dalla sepoltura di una delle molte madri assassinate assieme loro figli dai soldati ottomani agli ordini dei Giovani Turchi.

Esternata la mia perplessità a suo tempo su Twitter – uno dei social network più utilizzati da giornalisti e uomini di spettacolo – ho avuto l’onore di una risposta diretta da Simone Cristicchi, il quale si è dapprima affrettato a smentire le sue medesime dichiarazioni (“La sedia Biasiol la tengo come porta-fortuna. Alla fine del tour la riporterò al Magazzino 18 come è giusto che sia”) per poi passare alle male parole, senza ben valutare che, licenziando così irriguardosamente il sottoscritto su Facebook, egli di fatto stizzosamente non solo rifuggiva dalle critiche, costruttive, della principale organizzazione di Esuli Istriani, ma ne offendeva persino la sensibilità di migliaia di associati. Così egli ha scritto: “Ma lei si rende conto che ogni volta che scrive qualcosa si copre di ridicolo? La sedia tornerà, come le ho detto. Non c’è bisogno che continui a ricordarmelo. Opsss… le sto facendo perdere tempo da a dedicare al suo prezioso blog! Vada, vada…”.

La faccenda, comunque, è anche pasticciata ed approssimativa: innanzitutto perché, nell’evidente ignoranza e leggerezza del cantautore e dei suoi consiglieri, la canzone e lo spettacolo mitizzano e mirano a rendere immortale ciò che, di fatto ed in sostanza, è ben meno che un non–luogo della memoria.

Mentre, infatti, la descrizione ufficiale dai libretti di scena, per spiegare cosa sia l’ormai innumerevolmente menzionato Magazzino 18 di Trieste, recita “al porto vecchio di Trieste c’è un luogo della memoria particolarmente toccante. Racconta di una pagina dolorosissima della storia d’Italia…”, in realtà è necessario ricordare che l’hangar n°18 del Punto Franco Vecchio nel porto di Trieste non è che un recente contenitore in cui sono stati posizionati, una decina d’anni fa, i colli restanti delle precedentemente assai più numerose masserizie, dopo essere transitati quantomeno dall’hangar 22, ex magazzino n°5, (colpito da incendio e demolito nel 1988 con numerose masserizie ancora all’interno) e dall’hangar 26, dagli ambienti del quale vennero spostate al 18, appunto, quando Portocittà iniziò a riconvertire il 26 nell’attuale e moderno centro congressi. Peraltro, le masserizie ivi contenute non erano “native” del porto di Trieste, essendo invece il risultato di un progressivo ammassamento e ridislocamento – nonché continuo e intensivo stillicidio di ruberie, furti, devastazioni ed incendi – da magazzini differenti dei vari porti d’arrivo dei profughi: vale citare quantomeno Ancona e Venezia, oltre che Trieste.

Pertanto, l’allocuzione ‘magazzino 18’ non significherebbe nulla, in un ipotetico ragionamento per assurdo, ad un profugo del 1954, mentre ben altri siti sarebbero certamente a lui assai più che evocativi. Tanto per citarne alcuni: Ancona, Taranto, Bari, il Silos, Tortona, la Caserma Ugo Botti, Le Casermette, Padriciano.

Quest’ultimo sì che è, poi, il vero ed unico luogo della memoria rimasto intatto, grazie alla lunga ricerca storico–archivistica originale ed inedita avviata e curata tra il 2002 ed il 2004 dall’allora Gruppo Giovani dell’Unione degli Istriani – la cui dirigenza ne esprime oggi la presidenza – e dalla mostra permanente curata e mantenuta dall’Unione che, nell’ultima decina d’anni, si è trasformata in un vero e proprio Museo di carattere nazionale. Il C.R.P. di Padriciano, grazie al quale i più sono venuti a conoscenza dell’esistenza delle famose masserizie – che compongono il nucleo della mostra statica con le ricostruzioni dei box, mentre il Magazzino 18, sito all’interno del Punto Franco, non è accessibile al pubblico –, è infatti l’unico campo profughi in Italia a non aver subito pesanti interventi edilizi invasivi e può essere visitato nelle sostanziali condizioni in cui lo lasciarono i nostri profughi alla fine degli anni ’60.

Sul fatto che lo spettacolo – il quale sin dal titolo lascia intendere di essere la prima opera teatrale dedicata agli esuli – sia un prodotto pasticciato ed approssimativo, conforta anche la valutazione del presidente della Famiglia Capodistriana, l’avvocato Piero Sardos Albertini, che ne ha scritto, testimone oggettivo ed imparziale, dopo aver assistito alla prima, peraltro promuovendolo, comunque, a pieni voti (o quasi) sull’ultimo numero de La Sveglia : “[…] è rimasto qualche ‘neo’ che sarebbe stato preferibile evitare ma che è stato accettabile rispetto agli aspetti positivi dello spettacolo.”

A puro titolo d’esempio, altri nostri soci, pure presenti alla prima, riportano di un verso dello spettacolo che si riferirebbe agli esuli come coloro che scelsero un incerto presente per una parvenza di libertà. Ciò avvallerebbe la più becera propaganda titina che ha sempre spacciato la scelta di italianità dei trecentocinquantamila come opportunismo di emigranti in cerca di facile fortuna nell’Italia del boom e, inoltre, sottintendendo che la libertà cui i nostri padri tutto sacrificarono (case, terre, proprietà, possedimenti….) era apparente tanto quanto la mancanza di libertà che il regime del Maresciallo infoibatore imponeva, in realtà, in Istria.

Ma quel che è più grave, è che l’operazione ha un innegabile matrice di faziosità: oltre alla incomprensibile necessità di dover “contestualizzare” l’Esodo degli Istriani, Fiumani e Dalmati con premesse storiche assai discutibili e che poco o nulla c’entrano con la loro tragedia – l’incendio del Balkan, episodio storico ancora assai discusso e per nulla acclarato, o il campo di internamento militare di Arbe, in che modo possono essere ricollegati alla popolazione civile dell’Istria? Gli Istriani, espressero forse gerarchi o squadristi di rilievo, che taglieggiarono nel ventennio gli Sloveni ed i Croati dell’Istria, tanto da poter essere davvero identificati col Male stesso? Certamente non come gli Sloveni del Carso, che pur mi pare non ne paghino ancor oggi la triste memoria, tanto per fare un esempio, nei confronti del Triestino, di lingua madre e cultura slovena, Odilo Globocnik, noto anche come “Boia di Lublino”, comandante delle SS e Polizeiführer nell’Adriatisches Kunstenland o dell’altrettanto famigerato Mitja Ribičič, comandante dell’OZNA, la temibile polizia politica jugoslava, nella regione, pluriaccusato di violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità … – non si comprende il perché di alcuni inserti nel palinsesto di quello che, teoricamente, doveva essere il primo esperimento di teatro-civile sulle nostre tragedie.

La nota bimbetta che ha recitato, alla prima senza “sottotitoli”, in lingua slovena, senza essere compresa dalla quasi totalità degli astanti, perché ha pronunciato le parole “Ad Arbe ci misero nelle tende. Lì cominciarono ad ucciderci con la fame. Gli Italiani non ci davano neppure l’acqua […]” e non ha fatto invece riferimento, come sarebbe eventualmente corretto, ai soli fascisti?

Si tratta forse della collettivizzazione delle colpe del Fascismo – subito dagli Istriani alla pari degli Sloveni, dei Croati e di tutti gli Italiani allo stesso modo – tanto cara alla storiografia militante jugoslava che, ben premunendosi rispetto alla tardiva istituzione del nostro Giorno del Ricordo, aveva per tempo teorizzato e sedimentato l’inquadramento delle foibe quale fenomeno di pura jacquerie contro lo spadroneggiare dei possidenti fascisti?

Ed ancora ci chiediamo, perché Cristicchi dichiara nell’intervista a cura di Gianfranco Miksa pubblicata ancora sulla Voce del Popolo del 7 dicembre “Per le terre istriane, – riferendosi al mini tour organizzato dopo il “successo” di Trieste anche a Pirano, Pola, Umago e Buie, n.d.a. – dove tutto ebbe inizio vorrei proporre una versione lievemente modificata, andando ad ampliare la parte dedicata al popolo dei rimasti. Vorrei ascoltare e dare più spazio anche ad altre storie, quelle dei rimasti. […]”?

Ma è possibile che l’opera di un’artista, dedicata agli esuli, venga rimodellata in funzione commerciale, e cioè dell’uditorio che ci si appresta ad avere in platea? Chi ci assicura, allora, che lo spettacolo andato in scena alla prima di Trieste, mitigato dai tagli dell’ultima ora dopo le nostre giuste proteste ed accettato solo allora dai più, sarà lo stesso che vedranno gli spettatori in Istria e nel resto d’Italia?

In cauda venenum: Simone Cristicchi si è recentemente lanciato sui principali social network in una benedizione a tutto tondo, quasi addebitando la supposta bontà dell’evento agli effetti del suo recital, all’estremamente contestato e discusso incontro di riconciliazione A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, cioè l’associazione combattentistica nata il 6 giugno 1944 per raggruppare gli appartenenti alle formazioni partigiane del CLN Centro Italia)–A.N.V.G.D. (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia), malauguratamente organizzato a Padova proprio da un locale Comitato di esuli.

A seguito dell’acceso dibattito sviluppatosi quindi in rete è emerso come il presidente della sezione A.N.P.I. di Viterbo, Sivlio Antonini, avesse a suo tempo scritto una accorata lettera al “caro coetaneo Simone Cristicchi” in merito allo spettacolo, pubblicando poi anche il carteggio sul sito del ‘Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ONLUS’ – il noto “CNJ” che ospita spesso scritti ed interventi di Claudia Cernigoi, Alessandra Kersevan e Sandi Volk (!). Del resto lo stesso Cristicchi, sulla pagina Facebook del suo personaggio Duilio Persichetti (l’archivista di Magazzino 18) pubblicizza proprio i lavori della Kersevan sui “lager italiani” nei balcani … – poiché, apprendendo come “[…] ti stai occupando di quanti […] ricostituitasi la Jugoslavia, scelsero di riparare in Italia” gli raccomandava di documentarsi meglio prima di proseguire nella realizzazione dello spettacolo, scrivendo tra l’altro: “Tralascio per ora la questione Foibe, per cui riprendi per filo e per segno la vulgata antislava, e su cui, checché ne dicano i detrattori, “antifascisti” o meno che si definiscano, importanti lavori sono stati portati a termine dalle studiose Caludia Cernigoi e Alessandra Kersevan, pubblicati dalla Kappa Vu di Udine”.

Nell’amichevole lettera, l’Antonini si appella così a Simone Cristicchi, richiamandolo all’ordine: “[…] Ebbene, da un noto artista antifascista e fiero iscritto dell’ANPI quale sei, è lecito pretendere una corretta ricostruzione delle vicende riportate o, quantomeno, una pur minima contestualizzazione delle medesime”.

Apprendiamo quindi con piacere che Cristicchi – il quale non solo non ha smentito quanto scritto dal suo coetaneo (!) presidente dell’ANPI di Viterbo Silvio Antonini, ma ne ha persino pubblicato integralmente l’intervento sul proprio profilo Facebook – è non solo un noto antifascista, ma è anche un attivista militante dell’ANPI (essendo, il romano Simone, classe 1977, non ci verrà a raccontare di essere un reduce del CLN Centro Italia!). E da buon attivista pare abbia, evidentemente, ben recepito le direttive dei propri dirigenti, inserendo di fatto la ben nota ed assai discussa “contestualizzazione” che apre lo spettacolo.

Egli stesso, del resto, si è assunto la totale paternità dei testi del recital, ancora una volta in un’intervista sulla Voce del Popolo del 7 dicembre, asserendo: “[…] Io, invece, sono un artista libero. Le uniche modifiche che sono state fatte al testo hanno riguardato l’adattamento scenico”.

Le amare considerazioni che si possono trarre da tutto ciò sono elementari ed immediate e, generalmente, intelligenti pauca sufficiunt.

Volendo quindi evitare di rimarcare l’incapacità dell’artista di incassare la ben che minima critica senza scadere romanescamente di tono (lei si copre di ridicolo, vada, vada…) al contrario, tanto per restare in tema di paragoni asimmetrici, dello Spielberg che accettò e fece tesoro delle pur pesanti critiche avanzate della comunità ebraica internazionale al suo comunque proiettatissimo Schindler’s List, e non volendo infierire con considerazioni sulle gomme tagliate ai camion della compagnia e sull’iniziativa denigratoria a mezzo di manifesti pubblici contro lo spettacolo subita a Pula (ma non era quella la città istriana in cui polesani Esuli e rimasti avevano superato le cicatrici della storia, grazie all’efficacia dei raduni estivi nei migliori alberghi della costa, dimostrando che tutto è cambiato al Confine Orientale?) e poi prontamente minimizzata dagli organi di stampa anche in assenza di una seppur minima presa di distanze dai vertici dell’Unione Italiana rispetto a tale nazionalismo vandalico, è necessario sottolineare due aspetti che connotano di estrema gravità le implicazioni di tutto ciò, travalicando addirittura i dettagli sinora esposti.

Innanzitutto, come ricordarono gli Ebrei nel 1993 all’uscita del kolossal di Spielberg, non è possibile delegare il compito di tramandare la Memoria di una grande tragedia, un genocidio, o un Esodo, ad un singolo artista ed alle sue opere.

Per quanto bravo, sensibile, preparato ed efficace siano lui ed il suo spettacolo – fatto del quale peraltro, come scritto sopra, non possiamo nemmeno essere troppo sicuri – non potrà e non dovrà essere compito suo tramandare la storia del nostro popolo, né le nostre istituzioni, preposte alla conservazione di quella medesima Memoria, dovranno scambiare l’arte o l’abile commercio di menestrelli poco informati, con la sacra ed inviolabile fiaccola della Tradizione.

Secondariamente, le logiche commerciali del successo in campo fertile – nei teatri, effettivamente, dell’Esodo non si tratta o lo si fa al di fuori dei grandi circuiti – hanno agilmente fatto coincidere i desiderata di Cristicchi con quelli dei rimasti (dopo la replica a Pirano, pare gli sia stato richiesto di essere d’ora innanzi “ambasciatore” dei rimasti nel mondo!), operando una deriva pericolosa ed irreparabile per cui, anche in Teatro, loro, i rimasti eterni ed inesauribili, rimangono le uniche vere vittime ed i soli testimoni della tragedia istriana.

Rattrista pensare che gli esuli, all’esaurimento biologico della loro specie, stanno facendo il gravissimo errore di trasferire la Memoria del proprio Popolo e della propria Storia, nelle mani di abili sciacalli e tristi profittatori.
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