MUST READ: Wu Ming, L’invisibile ovunque, Einaudi – Stile Libero Big, Torino, 2015, ISBN 979-88-06-22591-9

wu_mingWu Ming (www.wumingfoundation.com/giap), il prolifico collettivo di narratori già autore di capolavori indiscussi quali Q (pubblicato a firma di Luther Blisset), 54 o L’armata dei sonnambuli, ci ha abituato ad opere affascinanti e pluridimensionali, intriganti e fascinose, sempre immerse con un piede nella storia ma anche protese alla dimensione onirica e misteriosa delle pieghe più buie e recondite dell’animo umano. Narrazioni, le loro, la cui lettura non può e non deve essere limitata al solo aspetto meramente romanzesco, né al piacere dell’indagine e della ricostruzione storica e, nemmeno, agli stimoli di pensiero etico, sociale e politico che ne derivino.

invisibile_ovunqueWu Ming scrive in una dimensione complessa, mai difficile; complicata, mai astrusa. La semplice non linearità dei suoi lavori, impone di inquadrare (ma è veramente necessario doverla inquadrare?) tale categoria narativa in un casellario a sé, nel quale, sinora, lo scrivente ha potuto, con piacere, incasellarvi accanto soltanto il magnifico Laurent Binet, in stato di grazia nel suo capolavoro HHhH (vedi).
Ciò nonostante, l’ultimo scritto edito in concomitanza al centenario degli eventi del primo conflitto mondiale, L’invisibile Ovunque, è riuscito non solo a sostenere il peso delle migliori aspettative, ma addirittura a stupire e sconvolgere chi, ormai, si riteneva pronto a tutto nella lettura di un Wu Ming.

L’opera si presenta fisicamente snella, rispetto al volume di pagine, ad esempio, dei citati Q o L’armata dei sonnambuli, con le sue “sole” 200 pagine: suddivisa in quattro capitoli o parti (Primo, Secondo, Terzo e Quarto), affronta con le usuali maestria e capacità evocativa il tema della Grande Guerra o, meglio, dell’uomo alla Grande Guerra: quali furono le reazioni dell’essere umano di fronte all’assurdità della guerra di trincea, all’Inutile Strage ed all’aleatorietà della vita dei fanti?

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Arditi italiani con l’elmetto “adrian” dotato di visore sperimentale “Dunand”.

Le risposte di Wu Ming sono quattro, esemplificatorie e tipizzanti di categorie più ampie: chi si arruolò negli arditi, trasformandosi in “uomo arma” per essere usato e lanciato fuori dalle trincee e dalla loro massacrante ed aberrante routine di annichilimento e di morte; chi si finge pazzo per sfuggire al fronte – gli appassionati coglieranno in quelle pagine un altro risvolto delle tematiche già comparse, forse con maggior preponderanza nell’equilibrio complessivo del libro, in L’armata dei sonnambuli – ed, alla fine, da simulatore si trasforma in malato reale; chi vuole essere testimone dei tempi e della Storia e si arruola volontario per vedere il fronte e, magari, cela dietro all’apparente virilità dei propri gesti dei segreti intimi inconfessabili ed inacettabili per la società borghese e per la sua retorica di propaganda; chi infine prova ad immaginarsi invisibile per sparire, addirittura, agli occhi del nemico.

Ciò che veramente sconvolge, però, nella lettura delle brevi pagine de L’invisibile ovunque, cresce lento nel corso della narrazione e colpisce all’improvviso, efficace, senza colpo ferire e con forte determinazione – quasi come i “camaleonti” da trincea di cui tratta -, esplodendo progressivamente nel corso di Terzo e Quarto.

Wu Ming infatti, rispolvera vicende oscure e misconosciute, pur geniali, realmente accadute cent’anni fa. Affronta temi fascinosi e contorti come il legame tra surrealismo e partecipazione di artisti ed intellettuali antimiltaristi e, diciamolo, pacifisti alla guerra in prima linea; tratta di pensiero filosofico, visioni politiche, sociali e sentimenti internazionalisti ma anche di azione ed estetica del gesto, eroismo e morte; tocca l’ipocrisia del pensiero borghese che scinde, giudica e condanna ciò che non comprende e che la destabilizza, pur’anco se rovescio di un’umana medaglia che, nella sua pubblica faccia mostra le più alte e lodabili virtù virili e militari.

Soprattutto, rispolvera il contributo oscuro di personaggi quali Francesco Paolo Bonamore ed Achille Piersanti e di reparti specializzati, all’avanguardia ma vittime della peggior damnatio memoriae come la Compagnia Camaleonte, istituita nel gennaio 1918 in seno al I° Reggimento Genio Zappatori quale esperimento pilota di camouflage e guerra mimetica del Regio Esercito – sulla base delle geniali intuizioni dei suoi visionari precursori come il surrealista Bonamore, appunto, e dei colleghi francesi quali André Breton o Guirand de Scévola – riscoperta in tempi più recenti grazie agli studi presso gli archivi dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito e, soprattutto, dell’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del GenioISCAG (www.iscag.it) di Stefano Mazzetti, appassionato ricercatore di storia militare e di storia dell’arte.

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Osservatorio mascherato da tronco d’albero realizzato dalla “Section de Camouflage” del Genio Francese nel I conflitto Mondiale.

Wu Ming riesce a rievocare le gesta militari degli artisti (il controsenso è solo apparente) della Compagnia Camaleonte – rimosse e censurate dalla medesima opposta visione del mondo, della guerra, della realtà e persino della verità che, nei lustri immediatamente successivi al termine del conflitto, rimosse ogni riferimento alle responsabilità dell’astro nascente di Badoglio nella rotta di Caporetto – i quali, dotati di strumenti fuori ordinanza e delle prime uniformi mimetiche in senso moderno di cui si abbia pur flebile ricordo, nel marzo 1918 vennero aggregati alla Quarta Armata sul fronte tra il Trentino ed il Veneto, nella zona del Monte Grappa.

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Ferdinand von GogliaCon una forza evocativa che sfonda nell’alone della leggenda e del mito, Wu Ming lascia alle parole fugaci ed incredule del barone Ferdinand Ritter von Goglia, comandante il settore del Grappa e dell’Armeegruppe Belluno dell’imperialregio esercito Austroungarico, recentemente edite in Austria dai fondi del Kriegsarchiv di Vienna, l’ultimo compito di ridare dignità e giusto ricordo ai genieri invisibili, a quei soldati-camaleonte che, cent’anni fa, forse riuscirono a sublimare le visioni surrealiste in un gesto epico: la conquista “pacifica” di una trincea nemica, senza sparare un colpo, grazie all’invisibilità delle prodigiose tecniche di camouflage della guerra mimetica:

[…] una voce della truppa riferiva convintamente che il 29 e 30 ottobre alcune nostre postazioni sul Monte Asolone erano state invase senza sparare un colpo da soldati “spuntati dalla terra”. Ovviamente non diedi peso a questa fantasia, dato che mi risultava niente del genere, e tuttavia la ritenni quanto mai significativa della spossatezza morale del Gruppo Belluno. (Objektiven Beobachtungen über den Rückzug im Oktober 1918, Kriegsarchiv, 1921, in Die letze Schlacht des Reichs, Grosz Ltd, Wien, 2014).

@EnricoNeami

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