logoL’articolo originale Budo in armor: Going back to the roots di Grigoris A.Miliaresis è stato pubblicato in lingua inglese ed è liberamente consultabile su Budo Japan, quella che segue ne è una versione in lingua italiana di Enrico Neami.


L’esser “forte” è una cosa, funzionale un’altra

th_IMGP9424In tutte le arti marziali giapponesi – o quantomeno in tutte le arti che io abbia praticato o a cui mi sia avvicinato – ricorre spesso l’assunto per cui una data tecnica, un dato movimento o passaggio “derivi dal periodo in cui si combatteva in armatura”. In particolare negli stili di combattimento con le armi, a prescindere dal lasso di tempo che li separi dall’epoca dei loro antenati, l’influenza dell’armatura è sempre lì a ricordare ai praticanti il loro glorioso passato e il loro legame coi samurai. E pur essendo tutto ciò molto carino e fascinoso, ho sempre avuto l’assillante impressione che, come per quanto riguarda il suo famoso accessorio – la spada – lo yoroi (cioè l’armatura da samurai) sia stata una gran vittima di fraintendimenti, incomprensioni e, persino, di errate attribuzioni quale effettiva fonte di ispirazione ed influenza pratica per le arti marziali come oggi le conosciamo.

Ritengo che la fonte di questi fraintendimenti sia che, come per le spade – e praticamente per tutto ciò che possa essere correlato ai samurai – gli yoroi stanno bene con qualsiasi definizione si voglia attribuire alla parola. O, per metterla giù un po’ più seriamente, essi rendono ciò che pratichiamo – che sia judo, kendo o altre scuole antiche – un po’ più originali ed apprezzabili poiché le armature ci ricollegano di più alle origini della nostra arte e perché la rendono più capace di affrontare e reggere ai rigori di una battaglia. Quindi, pur non credendo realmente di essere dei samurai, ci convinciamo profondamente di condividere alcune delle loro caratteristiche attraverso lo studio di queste arti; che poi queste caratteristiche siano solamente una nostra personale interpretazione e loro stesse oggetto di fraintendimento è fuori questione.

Impegnato a praticare le arti marziali del Giappone da parecchi anni, non mi tolgo dagli errori di cui sopra: ho sentito spesso le storie e mi sono chiesto innanzitutto se si tratti di razionalità o razionalizzazioni e, in secondo luogo e nella prima eventualità, come ci si senta davvero a combattere con lo yoroi. Ciò non perché ci sia la pur remota eventualità che io abbisogni di quella conoscenza nella mia vita d’ogni giorno (la naginata, l’arma lo studio del cui utilizzo ha impegnato gli ultimi dieci anni del mio percorso è ormai obsoleta da più di 500 anni, quindi il ragionamento sulla sua efficacia pratica è chiuso ormai da lungo tempo!) ma perché ero curioso di comprendere come chi indossava lo yoroi affrontasse le considerazioni pratiche derivanti dall’esercizio quotidiano. Parliamoci chiaro: se un bogu da kendo di 7 kilogrammi e mezzo riesce a limitare i movimenti del praticante, cosa accade realmente con un’armatura di ferro dal peso doppio o triplo?

Chiaramente l’unico modo per risolvere il dilemma è quello di indossare realmente uno yoroi e verificare come i propri movimenti vengano condizionati; inoltre, considerando che si trattava di un equipaggiamento da combattimento, è necessario non limitarsi a vestirlo e camminare ma provare ad eseguire dei movimenti che comprendano l’uso delle armi e la lotta. È stata una vera sorpresa scoprire che gli yoroi vengono ancora prodotti in Giappone e, soprattutto, che il loro costo si aggira sui 1.800 euro, un prezzo non proibitivo e nemmeno così alto come ci si potrebbe aspettare. Poiché si trattava di un equipaggiamento che intendevo utilizzare quotidianamente (inutile dire che mi piaceva un sacco entrare in possesso di quella tenuta!) e siccome l’idea era incentrata sul concetto “come funziona nella realtà pratica”, per il fine del test e della redazione di questo articolo ci siamo rivolti ad una delle scuole tradizionali che proseguono nell’utilizzare gli yoroi nella loro pratica ordinaria: lo Yagyu Shingan-ryu Heihojutsu ed il suo maestro Kenji Shimazu.

Mi pare di vedere un uomo dietro lo yoroi

th__IGP8616-1-768x510Chiunque abbia assistito ad una dimostrazione di arti marziali classiche conosce questa scuola; sta di fatto che una delle cose che si sentono spesso dire dagli spettatori non esperti è “ma quante Yagyu Shingan-ryu ci sono?!??”, in quanto in tutte le principali dimostrazioni se ne trovano quantomeno due. E, infatti, esistono due linee principali: quella di Sendai (che prende il nome dalla località nella quale la scuola ha avuto origine) e quella di Edo. Tra loro ci sono sufficienti somiglianze per quanto riguarda l’etichetta, i movimenti del corpo ed organizzazione delle tecniche per confermare che entrambe ebbero origine da una singola radice comune ai tempi a cavallo tra i periodi Sengoku e Edo: un uomo chiamato Hayato Takenaga fu talmente apprezzato nella sua destrezza di spadaccino da parte del clan Yagyu da consentirgli di includere il nome del clan all’interno di quello della sua propria scuola di spada, oltre ad insegnargli tutte le loro tradizioni.

th_扉山勢厳(合成用)0236-212x300Al contempo ci sono anche molte differenze tra i due lignaggi ed essi emergono anche chiaramente nei loro stessi nomi: la linea di Sendai utilizza il termine “heihojutsu” (cioè strategia per descrivere ciò che essi praticano) mentre la linea di Edo preferisce il termine “taijutsu” per indicare l’importanza riservata alle tecniche disarmate. Poiché entrambe le linee hanno un ampio curriculum di tecniche disarmate e molte serie con le armi, sia utilizzando la spada che svariate armi lunghe (bo, naginata, ecc.) la mia opinione è che la differente denominazione sia solo una convenzione utilizzata ai fini di una chiara identificazione di una scuola rispetto all’altra. C’è una differenza sostanziale, però, ed essa ci ha portati a scegliere il dojo di Shimazu Sensei: la sua linea è quella che frequentemente presenta le dimostrazioni in armatura. Ovvero, benché la scuola abbia spostato l’attenzione dal katchu (in armatura) al suhada (“nudo”, ovvero con i semplici abiti) fin dal periodo Edo, loro continuano ad allenarsi anche in yoroi e, quindi, sanno come muoversi con l’armatura addosso.

Cominciamo dal principio: prima di indossare l’armatura devi sapere cosa cosa puoi farci

Ci siamo incontrati presto nel parcheggio del dojo con Tomoyuki Yokose, da lungo tempo allievo dello Yagyu Shingan-ryu (d’ora innanzi YSR) e di Shimazu Sensei nonché scrittore molto noto in Giappone nei circoli di Budo (chi abbia scorso l’elenco delle pubblicazioni del Nippon Budokan avrà certamente incontrato il suo “Nihon no Kobudo“, che è ritenuto essere una lettura obbligatoria per tutti gli interessati a quelle arti). Yokose-sensei aveva portato lo yoroi ed il resto dell’equipaggiamento che avremmo utilizzato nel nostro piccolo esperimento e quello fu il primo contatto con un aspetto molto importante: tali attrezzature sono molto pesanti! Sebbene l’insieme di materiale metallico utilizzato nell’armatura giapponese sia di gran lunga molto più piccolo di quello delle armature a piastre occidentali, ciascuna tenuta pesa almeno 15 kilogrammi, senza contare i vestiti che vanno indossati sotto ad essa (i praticanti del YSR indossano un keikogi leggero ed una nobakama, io scelsi un samue) e le armi che, almeno, aggiungono due chili e mezzo al peso totale.

th_IMGP8755Mentre attendevamo Shimazu Sensei, Yokose-sensei è stato così gentile da offrirci un veloce corso sulla storia dello YSR e sulla meccanica di base del corpo, e ciò non solamente per soddisfare la nostra curiosità: così come non c’è un solo modo di utilizzare una spada, non c’è nemmeno un solo modo di muoversi con uno yoroi. Trovandomi in un dojo dello YSR, avrei dovuto muovermi nella maniera dello YSR. Ovviamente, come tutti i miei articoli in questa serie, la mia esposizione del curriculum della scuola è superficiale (se va bene!) ma Yokose-sensei è stato così gentile e paziente da spiegarmi almeno alcuni degli elementi chiave del loro metodo di insegnamento. Fortunatamente il sistema è organizzato in maniera logica, con tre categorie di suburi (movimenti da solo) di base (Omote Kajo, Chugoku Kajo e Otoshi Kajo), ognuno dei quali ha 7 variazioni a seconda del tipo di attacco da parte dell’avversario (un bavero, due baveri, una mano, due mani, ecc.), che contribuiscono tutti ad agevolare il praticante nell’acquisire il “corpo del Yagyu Shinga-ryu“.

 

Per chi fosse interessato, e senza voler finire troppo lontano dal nostro obiettivo, l’Omote Kajo insegna i movimenti di base da destra a sinistra, il Chugoku Kajo vi aggiunge i movimenti in avanti ed indietro, i tai-atari (lo scontro con l’avversario) e le tecniche che possono venire adattate all’utilizzo di piccole armi (jutte, yoroidoshi, kodachi ecc.) e l’Otoshi Kajo rende i movimenti più sofisticati, abbassa le anche (cosa che si rivelerà essenziale per muoversi in armatura) e introduce movimenti che saranno utili con armi di media lunghezza come la spada o il bastone (jo). Come spesso accade per gli esercizi in solitaria, i suburi divengono più chiari quando eseguiti “kumidori“, ad esempio con un partner. Molti dei movimenti terminano con il caratteristico “mukuri” del YSR, cioè l’afferrare il partner alla vita e capovolgerlo completamente con un giro di 360 gradi. Chi non ha mai assistito ad una dimostrazione dello YSR e si stupisce, creda: sembra un battipalo!

 

Sì, è un tipo di equipaggiamento particolarmente scomodo

Shimazu Sensei è arrivato come se fosse stato in attesa del termine della nostra introduzione alla teoria ed alla pratica e ci siamo dedicati al piatto forte del nostro incontro: indossare l’armatura e studiare come i movimenti e le tecniche debbano essere modificati mentre la si indossa. Sebbene l’armatura utilizzata dallo YSR sia di un modello più recente (del periodo Sengoku), più leggero e molto più semplice del maestoso modello o-yoroi del periodo Kamakura, spesso visibile nei musei, indossarla si è dimostrato piuttosto difficoltoso e persino Yokose-sensei, che ha fatto queste cose per anni, ha avuto bisogno dell’aiuto del suo maestro.  Con il samue già indosso, siamo passati a indossare le calze tabi e i sandali di paglia waraji, quindi i suneate (le protezioni per la tibia), gli haidate (le protezioni per la coscia) e, quindi, il do e il kusazuri (protezione del busto e della schiena, con piastre a protezione dell’inguine e della parte superiore delle gambe), seguiti dai kote (protezione per le mani e gli avambracci che si estendono in alto verso le spalle), il sode (grossi spallacci a protezione delle spalle) e, per finire, il kabuto (elmo) e il suo shikoro (protezione per la nuca), strettamente legati sotto il mento. Messo tutto a posto, si aggiungono le armi: un tanto (normalmente si sarebbe dovuto utilizzare una corta daga yoroi-doshi, ma le tecniche funzionano bene anche con un tanto) con una lunga e morbida fascia obi legata attorno e la spada montata tachi (cioè con il taglio volto all’ingiù).

Prime impressioni? Sì, si tratta di un equipaggiamento estremamente scomodo! I movimenti risultano molto limitati e dozzine di movimenti che si è imparato a perfezionare in anni di pratica marziale diventano d’un colpo obsoleti; ciò che è peggio è che si realizza tutto questo non appena si tenti di effettuare il più piccolo dei movimenti, poiché varie parti del corpo sembrano bloccate o sbattono in vari punti, sporgenze o superfici rigide. Yokose sensei aveva menzionato qualcosa come “movimenti robotici” ed ora tutto è perfettamente chiaro: la sola idea di dover camminare indossando il tutto (probabilmente trasportando altre armi e l’equivalente di uno zaino militare) e, poi, di dover combattere per ore sempre con l’armatura addosso, sembra sostanzialmente irrealistica. Ora, sapendo dalla storia che le persone hanno fatto tutto questo per secoli, la questione è: come ci riuscivano? Come per molte cose – non solamente per quanto sia collegato alle arti marziali – la risposta è: con la pratica.

Sì, funziona. Ma devi sapere cosa stai facendo

Ma non si tratta solo di pratica. Come ho detto prima, la metodologia d’allenamento dello YSR è stata creata per mettere il praticante nelle condizioni di potersi muovere con l’armatura, e ciò diviene chiaro appena la si indossa. Vedere i movimenti della scuola eseguiti con addosso gli abiti ordinari (ad esempio keikogi e hakama), pare che alcuni di essi non abbiano un gran senso, altri un po’ di più; indossata l’armatura l’intero sistema diventa improvvisamente chiaro: la posizione in qualche modo incurvata del corpo, le guardie di traverso con la testa al di sopra di una spalla, i movimenti molto ampi delle braccia e la posizione estremamente bassa delle anche (i vostri quadricipiti chiederanno pietà sin dai primi minuti di pratica), la posizione curva delle braccia nei kamae come lo yama seigan caratteristico dello YSR (una mano alta davanti alla faccia e l’altra davanti al torace), il doppio colpo al torace, i pugni con le nocche del medio e dell’indice sporgenti, l’agitare gli arti e le molteplici occasioni in cui si conduce con i gomiti sono tutti concepiti per rendere più facili i movimenti in armatura, consentire di sfruttare le aperture dell’armatura dell’avversario e, in ultima analisi, per consentire al praticante dello YSR di uscire vivo dal combattimento.

Le cose sono divenute ancor più interessanti quando abbiamo iniziato a provare alcune tecniche dello YSR che prevedono l’utilizzo di due armi (tanto e tachi); “interessanti” è un termine operativo, in quanto ci si accorge subito di cosa funzioni e cosa no. Forse non sorprendentemente, ciò che non funziona è proprio il tagliare: tutti noi abbiamo sentito le storie fantastiche su quanto una spada giapponese sia superba a tagliare persino le armi ma la verità è che, combattendo in armatura, le possibilità di taglio della spada vengono drasticamente ristrette in quanto i posti dove si possa realmente tagliare sono davvero molto pochi e l’avversario può neutralizzare facilmente ogni attacco spostando facilmente qualche porzione corazzata del proprio corpo sulla traiettoria di taglio della spada. Nel katchu budo, le lame di qualsiasi lunghezza divengono per la maggior parte strumenti per pugnalare, sfruttando con angolature non ortodosse e tenute molto strette al corpo poiché le guardie con le braccia e gli arti distesi che usiamo associare al kendo o allo iaido (e ai film) semplicemente non funzionano.

Inoltre non c’è una linea di demarcazione netta tra le tecniche armate e disarmate e, da quanto diceva Shimazu sensei nel corso del nostro piccolo esperimento, non è una cosa peculiare di questa specifica linea tradizionale. Le cose iniziano con le armi ma, poi, il passaggio dalle armi lunghe a quelle corte e da queste al kumiuchi (la lotta) è una cosa che accade più per necessità che non per pianificazione. Se parliamo di tecniche da campo di battaglia (indossare l’armatura ci ricorda costantemente questo ambito) la sopravvivenza è il nostro unico scopo e tutto vale: si può iniziare con un attacco di spada, continuare con un colpo di gomito alla faccia, una proiezione sfruttando il ginocchio come fulcro (una lezione impagabile è che è molto facile perdere l’equilibrio indossando l’armatura) per terminare con una torsione del kabuto in modo da soffocare l’avversario cogli stessi suoi legacci o con taglio alla gola con il proprio o altrui yoroi-doshi.

Pensieri alla partenza

Il nostro piccolo viaggio sul campo è durato all’incirca sei ore: non tanto da consentirmi di poter dire di aver capito cosa sia lo YSR ma sufficiente per darmi un’idea di come tutte le altre cose che faccio o che ho fatto si possano correlare alle condizioni da campo di battaglia e fornirmi alcuni spunti a cui fare riferimento la prossima volta che sentirò fornire indicazioni su come vadano fatte le cose nel modo di quando “si combatteva in armatura”. Raccomanderei l’esperienza a chiunque pratichi una qualsiasi arte marziale giapponese: non è come ve lo potreste immaginare e persino se vi foste ormai abituati grazie ad una lunga pratica (così come ci si abitua a qualsiasi cosa), le difficoltà e le peculiarità della cosa vi condizionerebbero i movimenti del corpo in maniere che non avreste mai potuto immaginare.

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P.S.: questa piccola ricerca non sarebbe stata possibile senza l’aiuto di Kenji Shimazu sensei e Tomoyuki Yokose sensei dello Yagyu Shingan-ryu Heihojutsu: sono stati degli ospiti ideali, ci hanno offerto tonnellate di informazioni (non solo quelle legate alla lotta in armatura) e ci hanno davvero aiutato a comprendere una materia davvero difficile e complicata. Spero che i lettori non si dispiacciano che io abbia utilizzato la fine del mio scritto per ringraziare i due maestri dal profondo del mio cuore.

The Hiden Budo and Bujutsu Magazine,
gennaio 2017

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@EnricoNeami

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