Il seguente articolo è una tradizone dall’inglese a cura di Enrico Neami. L’articolo originale, scritto da Guillaume Erard è consultabile in lingua e versione originale su www.guillaumeerard.com

hakama_01Questo articolo è il mio tema scritto come venne presentato per la promozione al grado Shodan di Daito-ryu Aiki-jujutsu presso il Takumakai. Esso affronta i temi dell’origine dell’utilizzo dell’hakama nelle arti marziali e tenta di distinguere i dati di fatto oggettivi dalle credenze, così come il suo utilizzo ed i significati che vi si associano. Ancora più importante, l’articolo prova anche a presentare alcun i spunti di riflessione per gli yudansha che l’indossano ogni giorno e, si spera, richiama loro il senso del perché venga ancora indossato questo ancestrale simbolo culturale.

La storia dell’Hakama

L’Hakama (袴) è un indumento tradizionale giapponese originariamente indossato sopra al kimono dagli uomini delle classi sociali più alte. Gli studiosi asseriscono che le orgini dell’hakama risalgono all’Era Heian (794-1185), quando le dame della corte imperiale usavano indossare delle gonne pantalone quale strato di base del loro kimono e che venivano drappeggiate in una maniera molto simile a quanto accade con l’hakama contemporanea.

Successivamente, nella stessa Era, gli uomini iniziarono ad indossare kariginu e suikan, che entrambi includevano dei larghi pantaloni simili alla gonna-pantalone.

Momohiki
Momohiki

Dagli inizi del periodo Kamakura (1185-1332), i cavalieri appartenenti alla classe dei guerrieri (samurai) cominciarono ad indossare comunemente l’hakama. Da quel momento in poi, l’hakama iniziò a diffondersi nelle classi più alte della società, presentandosi in varie fogge, stili, colori e manifatture. L’effettivo numero numero delle pieghe in ciascun particolare modello di hakama era, di conseguenza, variabile. Successivamente, quindi, l’uso dell’hakama si diffuse anche nelle classi militari più basse – come i fanti appiedati che indossavano i momohiki(股引, calzamaglie) legati sulle gambe – e poi anche tra gli studiosi ed persino tra i mercanti.

Chi lavorava nei campi indossava una forma più stretta di hakama, chiamata nobakama (野袴, hakama da campo).

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Man mano che il Giappone si occidentalizzava, l’uso dell’hakama divenne sempre più limitato alle sole occasioni formali (matrimoni, ecc.) e rimase di uso quotidiano comune solamente per i preti shintoisti e per i praticanti di arti marziali.

L’hakama come simbolo del grado

In molte arti del ko-budo (古武道, le arti marziali tradizionali create nel periodo del Giappone Feudale tra il 1192 e il 1867), così come quelle del gendai-budo (現代武道, arti marziali moderne) come lo iaido, il kyudo e il naginatado, l’hakama veniva indossata dai praticanti sin dal loro primo giorno di attività, e ciò accade ancora oggi. Considerando il fatto che in molte di queste arti marziali i pantaloni del dogi non vengono indossati sotto l’hakama, è chiaramente impensabile presentarsi al dojo senza indossare l’hakama. Ci sono numerose testimonianze di prima mano di molti rispettati shihan che confermano come nel periodo precedente alla seconda guerra mondiale fosse obbligatorio per tutti gli allievi del Daito-ryu e dell’Aikido – i due gruppi allora non erano distinti allora) indossare l’hakama.

Morihei Ueshiba pratica nel Noma Dojo prima della seconda guerra mondiale.
Morihei Ueshiba pratica nel Noma Dojo prima della seconda guerra mondiale.

Comunque, a causa delle ristrettezze del periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale, sembra che alcune scuole abbiano deciso di sollevare gli allievi più indigenti dal fardello di doversi procurare un’hakama nei primi anni di pratica. Con il passare del tempo, questa concessione si trasformò in consuetudine e, quindi, divenne una regola tanto da passare dal fatto che indossare l’hakama fosse “non obbligatorio fino allo shodan” alla situazione in cui fosse “possibile indossarla solo dal grado shodan”. È interessante notare come alcune scuole, ad esempio lo Yoshinkan, hanno implementato l’idea tanto da stabilire che l’hakama possa essere indossata solamente dopo lo yondan, mentre in alcune scuole di ju-jutsu, così come nello judo, l’hakama viene indossata solamente nei kata e nella pratica con le armi, mentre il suo utilizzo è stato ormai abbandonato per la pratica a mani nude o a terra.

Con il passare del tempo, è comprensibile che il fatto di indossare l’hakama sia stato associato nel subconscio al detenere un certo grado. Essendo il sistema di gradi dan un’invenzione piuttosto recente (1883) di Jigoro Kano (1860–1938) e che venne solo successivamente adottato anche da altre arti come il Daito-ryu, l’Aikido, lo Iaido e molte altre, è ragionevole credere che il collegamento tra il grado detenuto ed il fatto di indossare l’hakama sia nato più o meno nello stesso periodo. Ciò è ben documentato per quanto riguarda l’Aikido e, considerando gli stretti legami che sussistevano nell’immediato dopoguerra tra Morihei Ueshiba, Hisa Takuma e Tokimune Takeda, è ragionevole ritenere che il Takumakai abbia adottato una prassi circa l’utilizzo dell’hakama simile a quella degli altri gruppi, anche se non mi è stato possibile reperire prove evidenti di ciò per quanto strettamente inerente il Takumakai.

Jigoro Kano, fondatore dello Judo.
Jigoro Kano, fondatore dello Judo.

A prescindere dalla sussistenza di un legame storico tra gli abiti indossati ed uno specifico grado, un praticante di Daito-ryu Aiki-jujutsu può trovare spunti di riflessione circa il momento dal quale egli abbia inziato ad indossare l’hakama.

Innanzitutto, storicamente l’hakama era infatti un simbolo dello status delle più alte classi samurai, così potrebbe essere letta nella stessa luce la distinzione tra praticanti con e senza hakama. Un’interpretazione che mi pare un po’ più profonda, è che il livello di shodan (初段), lungi dall’esere un traguardo in se stesso, è di fatto tradotto come “il grado del principiante”. Si può affermare cioè che solamente con il conseguimento del grado shodan il praticante di Daito-ryu inizi lo studio della disciplina. Il giuramento che si sottoscrive al conseguimento di quel grado ha sostanzialmente lo stesso significato. Di conseguenza, l’indossare l’hakama può essere inteso come il segno esteriore del fatto che lo studente è finalmente inserito nella scuola ed è avviato sulla via dell’Aiki. L’hakama quindi è per gli yudansha più un segno del senso di responsabilità e di appartenenza al gruppo che li contraddistingue, che non un mero distintivo.

Forme e colori dell’hakama

Per ovvie ragioni pratiche, il tipo di hakama più indossato dai praticanti di arti marziali è l’umanori (馬乗り, l’hakama per montare a cavallo) che ha le gambe separate, anche se la nobakama viene preferita da talune ko-ryu (古流, scuole tradizionali), probabilmente per il vantaggio pratico derivante dalla sezione più stretta delle gambe. Un’eccezione è rappresentata da alcune scuole di kyudo, nelle quali le donne indossano l’andon bakama (行灯袴, hakama a lanterna).

Nel manuale del Takumakai non è raccomandata una specifica forma di hakama, anche se quella di tipo umanori sembra  decisamente la più diffusa nella nostra scuola, così come in molti altri ko-ryu. Il manuale, comunque, specifica che gli shodan o superiori dovrebbero vestire l’hakama blu mentre gli shihan (師範, esperti), kyoju dairi (教授代理, istruttori), e shibucho (responsabili di una sezione) dovrebbero indossarla nera. Ma questa è una caratteristica della nostra scuola mentre altre ko-ryu hanno un approccio più blando circa le prescrizioni sui colori e persino sulle forme.

0okadasensei3Nella scuola Toda-ha Buko-ryu, ad esempio, il tipo di hakama usuale è l’umanori ma i colori accettati sono blu, nero e bianco, mentre in numerose altre ko-ryu, incluso il Shinbukan di Kuroda Sensei, è accettato qualsiasi tipo e colore di hakama. Si dice che Hakudo Nakayama, il fondatore del Muso Shinden Ryu, costringesse i suoi allievi ad indossare l‘hakama bianca in modo da poter vedere subito lo sporco addosso agli allievi poco accurati nelle loro pulizie.

Dal punto di vista storico va detto che il blu era più diffuso del nero. L’Aizome Indigo era utilizzato per tingere numerosi tipi di indumenti, incluse le hakama, mentre il nero doveva essere molto più costoso e si diffuse solamente con l’introduzione delle tinture sintetiche e delle fabbriche.

L’hakama bianca

Non ho trovato significati particolari legati al colore dell’hakama nel manuale del Takumakai ma in ogni caso alcuni significati possono essere ritrovati nell’oggetto in sé e forse persino nel colore. In senso generale, l’hakama funge da collegamento tra il praticante contemporaneo, che sia giapponese o straniero, e la cultura tradizionale giapponese. I rituali associati all’hakama sono di speciale importanza. Allacciarla all’inizio della pratica funge da porta per consentire al praticante per accedere al giusto stato mentale per lo studio del Daito-ryu, e il complesso modo di piegarla alla fine del keiko, in modo da preservare le piegature, è un momento piacevole e persino meditativo che precede il ritorno alla vita di ogni giorno.

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Indirettamente collegata alla complessa forma ed al colore dell’hakama, l’attenzione che si presta alla propria hakama e quindi il rispetto che ne deriva possono dire molto dello stato mentale di un praticante, e ciascun budoka che abbia rispetto di se stesso dovrebbe tenere gran cura nel presentarle, in modo da proiettare una buona immagine di sé, del proprio insegnante e della propria scuola.

Trovando l’hakama le proprie origini nella nobiltà, essa porta con sé anche un senso di dignità e responsabilità. È acclarato che nonappena si inizia ad indossare l’hakama non ci si muove o persino non si rimane più fermi in piedi come se non la si avesse indossata e ciò è detto hakama sabaki.

Il fluire del tessuto incoraggia il fluire del movimento e c’è un interessante parallelismo tra l’ideale del flusso del ki e quello dell’abito. Un fatto interessante: ho sentito talvolta degli istruttori rimproverare i loro allievi per aver lasciato in disordine l’hakama dopo la pratica, dicendo che se la loro hakama diveniva spiegazzata ciò significava che i loro movimenti del corpo non erano appropriati.

hakamaIl significato delle pieghe dell’hakama

Svariate arti marziali condividono il comune convincimento che ad ogni piega dell’hakama rappresenti un valore morale che, preso assieme agli altri, costituisce la base etica del guerriero.

Origine dei valori morali del guerriero giapponese

Tale sistema di valori probabilmente penetrò la società dei guerrieri giapponesi come un prodotto derivante dall’introduzione del confucianesimo cinese, in particolare le Wu-ch’ang (cinque costanti), che costituiscono le cinque virtù cardinali alla base della società:

Jen: empatia;

I: proprietà;

Li: osservanza dei riti e delle tradizioni;

Chih: intuizione, assennatezza;

Hsin: fiducia reciproca.

Miyamoto Musashi (con due bokken) in duello contro Kojiro Sasaki.
Miyamoto Musashi (con due bokken) in duello contro Kojiro Sasaki.

Successivamente fu il famoso spadaccino giapponese Miyamoto Musashi (宮本 武蔵, 1584-1645) ad adottare questi valori di riferimento e ne scrisse nel suo Libro dei Cinque Anelli (Go Rin No Sho), enumerandoli come:

Jin: benevolenza;

Gi: verità e giustizia;

Rei: cortesia;

Chi: saggezza;

Shin: fede.

Da quel momento in poi, tali valori di riferimento sembra siano stati largamente adottati dalla classe guerriera attraverso tutta l’Era Tokugawa (徳川幕府 1600-1868) fino alla restaurazione Meiji.

Questo sistema di pensiero sembra però essersi indebolito con la progressiva scomparsa della classe dei guerrieri. Di fronte ad una crescente influenza occidentale e della relativa cultura, un revival di quei valori si registra durante l’Era Meiji, in particolare attraverso il libro dello studioso giapponese Inazō Nitobe (新渡戸 稲造): Bushido, l’anima del Giappone.

Inazo Nitobe
Inazo Nitobe

È in realtà questo libro, scritto originariamente in inglese, che presentò per la prima volta questi concetti al pubblico occidentale. Da allora sembra che tale sistema di valori abbia ri-permeato le scuole di arti marziali, in particolar modo nel gendai-budo.

Origine dell’associazione tra le virtù del confucianesimo e le pieghe dell’hakama

Sebbene l’adozione del codice di valori del Confucianesimo da parte della classe dei guerrieri si ben documentata, il momento preciso nel quale a ciascuna piega dell’hakama venne abbinata una delle virtù confuciane non è ben definito e gli studiosi suppongono sia risalente ai tempi recenti dell’Era Meiji. Ricordando che le origini profonde dell’hakama affondano in parte nella nobiltà, in parte nel Shinto, l’abbinamento di virtù confuciane (buddiste) ad indumenti shintoisti, o a parti di essi, rappresenta un immagine interessante del sincretismo che si è radicato in Giappone tra i due sistemi di pensiero.

preti shinto

A prescindere dall’origine di questo abbinamento, alcuni eminenti istruttori contemporanei hanno trattato in profondità l’argomento. Ad esempio Mitsugi Saotome, nel suo libro I Principi dell’Aikido, scrive:

Jin (仁): benevolenza

Gi (義): onore o giustizia

Rei (礼): cortesia ed etichetta

Chi (智): saggezza, intelligenza

Shin (信): sincerità

Chu (忠): lealtà

Koh (孝): pietà

Questa è una delle molteplici varianti sul tema. Stante la difficoltà di reperire prove storiche e data la variabilità nel numero sia delle virtù che delle pieghe dell’hakama, bisogna essere cauti nell’approvare ciascuna di tali interpretazioni.

Infatti esistono molte differenti alternative alla lista citata, con differentio numeri di pieghe, come ad esempio quella utilizzata nel Kendo e riportata da Inoue Masataka nel suo libro Ken No Koe (La voce della spada):

Chu (忠): lealtà

Ko (孝): giustizia

Jin (仁): umanità, compassione

Gi (義): onore

Rei (礼): rispetto

Significato delle pieghe dell’hakama nel Daito-ryu Aiki-jujutsu

Il manuale del Takumakai ci insegna che le virtù collegate alle pieghe dell’hakama comprendono le cinque menzionate prima, le quali sono, appunto, basate sull’etica confuciana. In più, la piega sul retro dell’hakama rappresenta un livello addizionale: il percorso di sincerità che si è intrapreso.

Anche se il collegamento tra questi valori e le pieghe dell’hakama non è del tutto chiaro, è stato invece assai ben documentato come tali valori fossero stati adottati dalla classe dei guerrieri e quindi, quali praticanti di ko-budo, gli allievi del Daito-ryu Aiki-jujutsu dovrebbero abbracciare i medesimi ideali. Di seguito un’interpretazione che può essere data di ciascuna delle virtù:

Jin (仁): gentilezza, generosità. Ciò richiede una completa attenzione all’altro, a prescindere dall’origine, età, sesso, opinione o disabilità. Bisogna avere cura di non procurare problemi non necessari o dolore sia per se stessi che agli altri.

Gi (义): onore, giustizia. Il senso dell’onore non può essere sfruttato come una scusa per le azioni negative, inclusi i duelli. Esso richiede rispetto per se stessi e per gli altri. Richiede di essere fedeli alla parola data, alle promesse ed agli ideali. Il significato di Gi è “abbi il senso del dovere per poter agire equamente”.

Rei (礼): etichetta, cortesia. La buona educazione è il segni di un genuino interesse per gli altri, al di là della loro posizione sociale, attraverso gesti e posizioni che esprimano rispetto. Le cerimonie e l’etichetta sono l’esternalizzazione dell’educazione. Esse sono necessarie a sostenere la struttura relazionale all’interno della quale possiamo interagire con gli altri e con l’insegnante nel dojo, in maniera piacevole ed armoniosa.

Chi (智): saggezza, comprensione, nel senso di discernimento. La saggezza è l’abilità di dare alle cose ed agli eventi la sola importanza che essi in effetti hanno, senza consentire alle passioni di offuscare la capacità di giudizio. La serenità che ne deriva aiuta a distinguere il lato positivo e negativo nelle cose e negli accadimenti. Questa è una forma di intelligenza.

Shin (信:) fiducia, onestà. È fondamentale nelle arti marziali. Senza di essa, la pratica diviene una simulazione o persino un inutile gesticolare. Se non si è sinceri nel proprio lavoro, nel rispetto verso gli altri, negli attacchi, ci si adagia e si impedisce agli altri di progredire. L’impegno deve essere totale, permanente, inequivocabile, poiché si sa che l’illusione non può durare a lungo di fronte alle sfide della Via, e davanti agli occhi degli altri.

In conclusione l’hakama è una rappresentazione fisica dei nostri doveri e del nostro lignaggio.

800px-Minamoto_no_YoshimitsuAbbiamo detto prima che l’hakama è un indumento che rimane in uso dall’Era Heian, che oggi è quanto mai attuale nel solco del lavoro pionieristico di Shinra Saburo Minamoto no Yoshimitsu (1045-1127), il maestro che si ritiene abbia scoperto il concetto di Aiki, e con l’inizio della trasmissione del Daito-ryu di generazione in generazione. L’hakama può di conseguenza essere considerata dai praticanti di Daito-ryu come un simbolo del lignaggio e della preziosa conoscenza che è stata trasmessa loro dagli antenati. Ciò comporta anche un sentimento di soggezione e rispetto per la mai interrotta linea di insegnamento che ha portato sino a noi, moderni Yudansha, la possibilità di apprendere il Daito-ryu Aiki-jujutsu.

È anche un chiaro segno per gli altri, a significare che, quali praticanti di ko-budo, nutriamo interesse e rispetto per gli usi del passato. Non va dimenticato che indossare l’hakama nel Giappone contemporaneo è fatto quantomai raro e, di conseguenza, i praticanti di ko-budo e di Daito-ryu, in particolare, hanno scelto di perpetrare questa tradizione, assumendosi la responsabilità di trasmetterla, inalterata.

E, infine, per me l’hakama, così come ogni tipo di grado, esprime il proprio reale valore nel cuore di chi lo riceve e di chi lo conferisce. Più che un simbolo di uno status, è un legame tra insegnante ed allievo. Ecco perché, a prescindere dalle prove storiche e dalle innovazioni nell’utilizzo, l’hakama tutt’ora porta con sé un forte significato. È il riconoscimento dell’abilità e dei meriti di camminare sulla via dell’Aiki.

Guillaume Erard

Traduzione dall’Inglese di @EnricoNeami

Bibliografia

Bowker, John – The Concise Oxford Dictionary of World Religions. Oxford University Press, USA (2 giugno 2005)

Inoue, Masataka – Ken no Koe jinsei tokuhon cho. Kōdansha (Marzo 1984); in Giapponese

Lowry, Dave – In the Dojo: A Guide to the Rituals and Etiquette of the Japanese Martial Arts. Weatherhill (26 settembre 2006)

Nitobe, Inazo – Bushido, The Soul of Japan. Kodansha USA (1 marzo 2002)

Yamamoto, Tsunetomo – Hagakure: The Book of the Samurai. Kodansha USA (15 marzo 1992)

Miyamoto, Musashi – The Book of Five Rings. Shambhala (12 dicembre 2000)

Saotome, Mitsugi – Aikido and the Harmony of Nature. Shambhala (19 ottobre 1993)

Ringraziamenti

Mille grazie a Ellis Amdur, Jordy Delage, Grant Periott, e Stanley Pranin per i loro preziosi suggerimenti nel corso della stesura di questo articolo.

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