2013_set_cOriginale pubblicato su Unione degli Istriani. Periodico della Libera Provincia dell’Istria in Esilio n°12 – settembre/ottobre 2013.

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Il 5 ottobre 2013 è venuta a mancare la novantenne Licia Cossetto, sorella della Martire Infoibata e Medaglia d’Oro al Valor Civile Norma Cossetto, nonché vicepresidente ad vitam del Circolo Culturale Norma Cossetto aderente alla Famiglia Parentina dell’Unione degli Istriani.

La scomparsa della signora Licia è stata ricordata, onorata e celebrata oltremodo e – mi si consenta – fuori misura da quella parte del mondo associativo giuliano-dalmata che ormai sbanda senza meta né riferimenti etici e di salda coscienza verso lidi improbabili e assai poco coerenti proprio con la Memoria delle Vittime delle Foibe, nonché irriguardosi delle convinzioni dei padri fondatori delle associazioni degli esuli.

La triste nube che, ormai da parecchi anni, ha circondato la figura pur nobile di Licia Cossetto – che chi scrive ha avuto modo di conoscere e frequentare sin da tempi davvero non sospetti – è l’amara conferma della deriva moralmente qualunquista di molti tra i vertici associativi e dei loro sfacciati cortigiani.

Licia Cossetto si è dedicata da sempre alla valorizzazione della Memoria della sorella Norma, barbaramente seviziata e trucidata nell’ottobre 1943 dalle orde partigiane che Tito sguinzagliava contro la popolazione civile anticomunista nell’Istria abbandonata dall’Italia regnicola.

Fu per questo che, al volgere degli anni ’80 del secolo scorso, un gruppo di ex allievi dell’Istituto Magistrale “Regina Margherita” di Parenzo – quasi tutti avevano conosciuto e frequentato di persona Norma – aveva chiesto alla sorella Licia di assumere la vicepresidenza di quel Circolo Culturale che, nelle intenzioni dei fondatori appunto, doveva da un lato coltivare e diffondere la storia e la memoria della tragedia delle Foibe – che era allora ancora un tabù: Francesco Cossiga non si era nemmeno inginocchiato per la prima volta a Basovizza, seppur Sandro Pertini aveva ritenuto invece doveroso, quasi un decennio prima, partecipare in forma ufficiale ai funerali del Maresciallo inofibatore Josip Broz Tito (!) – e dall’altro avvicinare le nuove generazioni ai temi della cultura e civiltà dell’Istria tramite attività culturali e sociali.

Norma Cossetto venne scelta allora quale prima inter pares come simbolo della tragedia e del calvario patito da tutti i Martiri Infoibati al confine orientale: la sua immane tragedia, comprendendo un pò tutte le casistiche dell’orrore sofferto per mano tito-comunista dalla gente istriana, elevava la sua sciagura personale e familiare a segno universale delle violenze subite dagli Italiani dell’Adriatico orientale al volgere del secondo conflitto mondiale.

Tutta la vicenda, e la valenza simbolica intrinseca al martirio di Norma Cossetto, sono stati quindi assorbiti e trascinati nel girone di eventi che hanno portato allo sdoganamento del fenomeno Foibe presso la società civile della penisola, alla metabolizzazione della tragedia storica dei giuliano-dalmati e, poi, al parto sofferto della Legge istitutiva del Giorno del Ricordo (L. 92/2004) ed, ancora, alla concessione nel 2006 della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria a Norma Cossetto da parte dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Nel lasso di tempo che ha portato al giusto riconoscimento del sacrificio di Norma ed alla riabilitazione degli eccidi delle Foibe in seno alle verità storiche indiscusse, però, molti valori, significati, personaggi e ruoli hanno subito pericolosi transfer che ne hanno radicalmente avariato la reale valenza.

Molto di ciò è dovuto anche e soprattutto ad una variegata gamma di presenzialisti delle Foibe e dell’Esodo, i quali hanno trascinato anche Licia, sin nelle sue ultime ore, su posizioni talvolta surreali e persino grottesche.

Le luci della ribalta e della notorietà, politici e politicanti che l’hanno corteggiata sfacciatamente solo quando il tema era ormai divenuto historically-correct, esuli professionisti, improbabili parenti e biografi non autorizzati, hanno di fatto sviato la signora Licia da quel manipolo di pionieri che soli e per primi avevano voluto e costruito il “simbolo Norma Cossetto”, le hanno fatto dimenticare il Circolo da loro fondato a Trieste e la sua linea di coerenza storica e civile, e l’hanno fatta ammaliare dai palchi e dalle scene, traviando il significato di una Medaglia d’Oro che veniva conferita a Norma – e non a Licia, come troppo spesso si legge – e, per mezzo di lei, a tutti i Martiri Infoibati dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, i cui parenti e congiunti si erano peraltro spesso già indignati per il riconoscimento che la Legge 92/2004 loro assegnava, più simile ad una latta che ad una medaglia (…una apposita insegna metallica con relativo diploma nei limiti dell’autorizzazione di spesa di cui…).

Licia negli ultimi anni preferiva infatti frequentare i corridoi romani ed i palchi delle autorità, piuttosto che presentarsi al cenacolo voluto e costituito dai magistralini Noemi Cossetto (sua prima cugina e moglie, peraltro, e figlia di coloro che, per primi, si lanciarono alla ricerca della cugina Norma subito dopo la sua sparizione nell’autunno del 1943, e subirono la medesima, tremenda ed ignobile sorte venendo infoibati a Vines: Eugenio Cossetto e Mario Bellini, Martiri Infoibati, riposano defilati nello stesso camposanto di S. Domenica, a pochi metri dall’ormai frequentatissima tomba di Norma), Mario Zanini, Enea Marin, Mario Cipolla, Antonietta Corsi, Piero Riosa, Elda Sorci.

Licia stessa peraltro confidò spesso a chi scrive di essere ben cosciente della vacuità di certe frequentazioni d’alto livello, ma confessò anche la sua incapacità a lasciarle, ormai presa in quel vortice.

Parimenti, negli ultimi periodi, volle ascoltare le sirene di chi sponsorizzava libri e pubblicazioni, spesso con lo spiacevole malcontento di altri parenti che si ritrovavano ignari e non voluti protagonisti di racconti con tanto di fotografie di famiglia, così come si fece convincere dell’improbabile accettabilità del cosiddetto monumento in memoria di Norma Cossetto che, a Trieste, Capitale Morale dell’Esodo, langue, brutto ed abbandonato, in un’aiuola periferica e decentrata, frequentata solamente da incolpevoli gatti e dalle autovetture di altrettanto incolpevoli residenti, i quali detengono in concessione i parcheggi che occultano, appunto, il monumento alla vista financo dei passanti.

Il Circolo Cossetto, da subito, si oppose a quella stele, che peraltro non rende giustizia alle fattezze di Norma – a detta di tutti coloro che la conobbero, ella era ragazza carina ed attraente – e che reca, inciso per sempre nel bronzo, uno svarione sintattico e concettuale che dimostra l’approssimazione di chi lo volle realizzare: <<A Norma, cui l’amore patrio spinse a far dono della vita per l’italianità della sua Istria>> è una dicitura che distorce infatti (soprassediamo e lasciamo al lettore il compito di leggere un qualsiasi dizionario di italiano alla voce “cui”, pronome relativo) la realtà dei fatti, poiché Norma non fu spinta dall’amor patrio a sacrificarsi, come potrebbe essere accaduto, a titolo d’esempio, per i Volontari Irredenti del Podgora che si lanciarono fuori dalla trincea carsica al grido di “viva l’Italia”, ma venne prelevata dai comunisti contro la sua volontà, mentre camminava per strada e venne brutalmente violentata e seviziata prima di essere assassinata.

Mentre il Circolo chiedeva pubblicamente la rimozione del monumento all’allora Sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, rinnovando poi la richiesta all’insediamento di ogni successiva nuova Giunta, Licia assecondava l’allora vicepremier Gianfranco Fini che, non certo esempio di coerenza politica, mentre rilevava sottovoce l’abominio di quella targa durante la cerimonia di scoprimento, plaudiva poi pubblicamente alla meravigliosa realizzazione.

Cosicché, per concludere in questa amara carrellata, mentre Licia gradiva le frequentazioni con una inconsistente “comunità istro-veneta” a Labinci (l’attuale S. Domenica di Visinada) snobbando al contempo l’annuale pellegrinaggio dell’Unione degli Istriani – cui pure aveva preso sempre parte quand’era una semplice italiana in esilio -, i veri esuli hanno sempre sottolineato e rimarcato, capziosamente inascoltati, le colpe e le responsabilità dei comunisti italiani in Istria, e conseguentemente della loro organizzazione di rappresentanza, l’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (UIIF) trasformatasi senza soluzione di continuità nell’odierna Unione Italiana.

Proprio Norma, non a caso simbolo di cotale tragedia, venne fermata in strada da un suo coetaneo e conoscente, italiano, evidentemente filojugoslavo e comunista, che la fece salire sulla propria motocicletta partigiana e la scortò al comando titino per un “veloce interrogatorio”. Mai più per ritornare.

Tutte cotali meste considerazioni sulle molte luci della ribalta che negli ultimi anni hanno investito la figura, la storia e la famiglia di Norma Cossetto, generando sin troppe ombre mai fugate, non valgono certo ad attendere l’esemplarità di un simbolo, né a criticare o sminuire la costanza di Licia nella sua battaglia per l’affermazione della verità sulle Foibe (ci si chiede comunque tra le righe: quanti dei nuovi “amici” che Licia si era fatta e che hanno sbandierato il suo nome con facilità in comunicati e note di cordoglio post-mortem, erano poi presenti di persona al camposanto di Ghemme per porgerle l’ultimo saluto?) ma sono bensì un processo intellettuale critico necessario a riportare sul giusto piano gli altri Infoibati, ed i loro parenti e congiunti, che, tutti, meritano la stessa somma onorificenza, idealmente ricevuta dal Presidente della Repubblica assieme a Norma, e l’adeguato onore e ricordo.

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