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Gli autori di questo interessante Trieste a destra. Viaggio nelle idee diventate azione lontano da Roma  sono il giovane storico Andrea Vezzà (che ha all’attivo la pubblicazione di numerosi volumi di ricerca su materiale inedito di storia militare) ed il giornalista Pietro Comelli, professionista in forza al quotidiano triestino Il Piccolo ma già distintosi ai più attenti nella redazione de Il Bargello, stimolante e singolare periodico del Circolo Universitario Ricreativo di Trieste, che si fece notare come rilevante esperimento intellettuale dai lettori più disparati – e politicamente variegati -, anche e soprattutto al di fuori dell’ambiente studentesco, nella seconda metà degli anni Novanta.

Il volume mantiene degnamente fede a quanto recita la prima di copertina: dalle origini del MSI alla svolta di AN, dalla fusione nel PDL allo strappo dei futuristi ed espone in modo articolato e ben strutturato la nascita e lo sviluppo della destra neofascista e postfascista a Trieste, dalle origini del primo dopoguerra alla contemporaneità.

Si tratta certamente del primo, corposo e fondamentale contributo alla stesura ragionata di una storia dello sviluppo e dell’evoluzione della destra parlamentare – volendo in tale definizione far rientrare, con il senno di poi, anche il Movimento Sociale Italiano delle primissime origini, per distinguerlo dalla destra cosiddetta extraparlamentare, eversiva o estrema, che pure proprio a Trieste ebbe terreno fertile e solide radici – nei suoi molteplici aspetti e filoni, non da ultimo con un accento particolare alle organizzazioni giovanili del partito che gli autori, evidentemente, individuano come vero motore e volano del successo ma anche delle derive e delle dottrine dell’ambiente triestino, quantomeno dagli anni ’50 agli ’80 del Novecento.

Questo studio si affianca degnamente a Trieste di fine secolo. 1955-2004 di Roberto Spazzali (I.R.C.I., Trieste 2006, Edizioni Italo Svevo), il quale intendeva operare con simili finalità di analisi delle politiche nel microcosmo del capoluogo giuliano – che, è bene ricordare, è riconosciuto dai migliori storici quale laboratorio sociopolitico delle grandi dinamiche storiche nel Novecento e quindi, conseguentemente, quale inestimabile risorsa dell’analisi storiografica – ma con un cono prospettico ed interpretativo allargato all’intero arco costituzionale e partitico presente sulla scena e, quindi, invece necessariamente meno focalizzato sulle specificità che il lavoro di Comelli e Vezzà porta all’attenzione dei lettori.

Il filo nero rievocato e ben evidenziato dagli autori, si muove con continuità e nettezza dalla costituzione delle squadre d’azione nella Trieste ancora occupata dagli angloamericani, sino allo strappo coevo dei futuristi ed alla ben nota e non ancora conclusasi diaspora degli ex AN, mantenendo, appunto, la promessa della copertina attraverso capitoli e paragrafi ben organizzati e dalla piacevole ed agile lettura, pur conditi da informazioni accurate, testimonianze da interessanti fonti primarie dirette e corredati da un’utile apparato di indicizzazione, note e rimandi bibliografici.

A “non aver paura di avere coraggio” (dal motto più volte, giustamente, riportato da Comelli e Vezzà) nell’essere schietti, lo studio presenta alcune lievi debolezze rispetto alla struttura complessiva, che risulta leggermente squilibrata per quanto inerente le origini più antiche ed oscure della destra triestina, rispetto all’analisi più solida e completa delle correnti e delle dinamiche più recenti.

La cosiddetta “estrema destra” e la destra extraparlamentare – i cui fasti e nefasti, a Trieste, sono legati a doppia mandata all’evoluzione ed al pensiero politico e culturale missino e di quella parte della cittadinanza che votò ed ha continuato a votare “a destra” in città fino quantomeno alla svolta di Fiuggi – rimangono di sfondo e contorno rispetto al filone espositivo principale, che non approfondisce con la medesima doviziosità posizioni, idee ed azioni di rautiani, ordinovisti, militanti di Avanguardia Nazionale o dei NAR, così come poco rilievo viene dato a figure pur tra loro espressione divergente delle molte anime della destra e dal peso politico e culturale assai differente, ma sempre centralissime nell’agone politico anticomunista triestino, e che pure rivestirono ruoli determinanti nel partito o, più spesso, nell’idea divenuta azione nelle strade e nelle piazze della città: Gualberto Niccolini, Ugo Fabbri, Giorgio de Leporini, Tullio Zolia o Ernesto “Sepa” Franzutti, e “Cesco” Neami – tanto per nominarne alcuni – vengono brevemente citati senza assegnar loro o alle loro idee e “gesta” la adeguata rilevanza e consequenzialità.

Parimenti, la figura di Almerigo Grilz, che fu indubbiamente personaggio carismatico e catalizzatore della gioventù missina e, innegabilmente, ebbe un ruolo di primo piano forgiando ed indirizzando generazioni di attivisti, viene sovente citata e rimarcata a discapito di altre figure, correnti ed idee che comunque coabitavano su piani paralleli e non sempre sinergici all’interno del partito ma che non emergono con la stessa forza dalla lettura di queste pagine.

Tutto ciò è sicuramente dovuto alla giovane età dei due storici ma, anche, probabilmente alle fonti dirette che costituiscono l’ossatura di interi capitoli: a parte Claudio de Ferra e Renzo de’ Vidovich, Angela Brandi, Fulvio Sluga, Gilberto Paris Lippi e Fausto Biloslavo – ad esempio – entrarono tutti in varia maniera e con differente intensità in rapporto con Grilz e l’influenza magnetica ed il carattere fascinoso dell’inviato di guerra, poi scomparso in Mozambico nel 1987, trapela chiaramente dalle loro testimonianze e ricordi.

Unico vero neo del volume è il mancato collegamento e rapporto tra la politica di destra a Trieste e gli esuli istriani e le loro associazioni, che, invece, fu determinante e basilare; il bacino elettorale rappresentato dai profughi insediatisi in città nel dopoguerra fece gola a molti partiti anticomunisti, e la grande sfida sulla pelle degli istriani fu proprio quella tra le forze di destra o estrema destra e le organizzazioni politiche di ispirazione cattolica, e pertanto convergenze di fini politici, differenze di ideali e diversità di mezzi d’azione tra l’associazionismo ed il partito non dovrebbero non trovare approfondito riferimento in questo studio.

Certamente Trieste a destra ha come oggetto d’indagine la politica ed il partitismo e non gli esuli, ma capitoli come Novembre ’53, Contro Osimo boia chi molla o Verso la verità sulle foibe sarebbero risultati più completi ed esaustivi se corredati da riferimenti maggiormente dettagliati ed accurati all’associazionismo giuliano-dalmata (lo stesso deputato del Movimento Sociale Italiano Renzo de’ Vidovich, più volte citato nel testo e, anche, fonte primaria diretta in svariati passaggi, era ed è esponente di rilievo dei dalmati italiani nel mondo) ed all’Unione degli Istriani (che viene citata in modo fugace, omettendo se non in modo vaghissimo il ruolo fondamentale giocato dal suo presidente Italo Gabrielli nella battaglia contro l’iniquo Trattato del ’75 o dimenticandosi il ruolo di Segretario Generale avuto da Benito Cotterle, pure più volte citato quale attivo sindacalista della CISNAL).

Nel complesso, in ogni caso, questo studio rappresenta la pietra miliare nella ricostruzione storiografica della destra di Trieste e, pur con gli opportuni studi a completamento, rimarrà per lunghi anni documento ineludibile per ogni studioso che voglia affrontare con serietà la geopolitica postbellica nella Venezia Giulia e nel suo capoluogo nello specifico.

In conclusione alcune note di colore personale, comunque doverose: il volume è dedicato alla memoria di Rinaldo Massi e Claudio Ferraroche avrebbero voluto leggere questo libro”.

Mai dedica, a nostro avviso, sarebbe stata più opportuna. Massi, veterano della RSI e presidente dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia a Trieste, nonché una delle anime delle prime formazione politiche di destra a Trieste e “Clay” Ferraro, attivo protagonista di una stagione politica ormai tramontata, pur non lontana, ed anche noto gioielliere antiquario del centro città, sono scomparsi recentemente, quando il volume era già in lavoro ma una certa, consistente parte delle testimonianze citate vengono proprio da loro due.

Viene infine rievocata la musicassetta All’insegna del cerchio antico, opera musicale di Nereo Zeper, che fu, tra le altre cose, antesignano con assai più cultura, stile e molta meno fortuna di tanti gruppi musicali “alternativi” di ispirazione destrorsa che oggi spopolano su Youtube.

L’accenno quasi casuale a quelle ballate musicate a chitarra, rinvenuto con sorpresa tra le righe del bel libro di Comelli e Vezzà, mi ha riportato improvvisamente col ricordo anni addietro, alla mia più spensierata giovinezza.

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Trieste a destra (Comelli, Vezzà, Edizioni Il Murice, Trieste 2013, 430 pp., ISBN 9-788887-208627)

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