Originale pubblicato su Unione degli Istriani. Periodico della Libera Provincia dell’Istria in Esilio n°1 – gennaio/giugno 2014.

http://www.unioneistriani.it – http://www.facebook.com/unioneistriani

UDI 2014Nell’affrontare l’amara constatazione del bilancio desolante e terminale che deve essere tratto dall’esperienza associazionistica giuliano-dalmata, è necessario postulare una fondamentale premessa, peraltro più volte ed in varie forme richiamata proprio sulle pagine di questo periodico: gli Esuli veri, coscienti, attivi e capaci di impersonare con coerenza e dignità il mesto ruolo affidato loro dalla storia, non esistono più.

Nel corso dell’ultimo concitato ventennio ha avuto luogo, strisciante agli occhi dei meno attenti, il lento, ineluttabile ed inarrestabile passaggio di testimone tra coloro che le “nostre vicende” le avevano vissute ed affrontate sulla pelle e le seconde e terze generazioni, nate e cresciute nella Repubblica, che mai hanno avuto l’esperienza di vivere e conoscere le terre natie, se non spogliate della loro vitalità e svuotate dalle loro genti per colpa della barbara occupazione cui sono state oggetto dal termine del secondo conflitto mondiale.

Costoro – tra i quali, beninteso, il sottoscritto medesimo si annovera – hanno solamente potuto suggere dai racconti famigliari, dalle esperienze di parenti e congiunti, dai racconti degli anziani, l’essenza di ciò che è andato perduto, delle tragedie patite dalle nostre genti e dei desiderata di chi, in fin dei conti, ha sempre e prima di tutto voluto tornare nelle proprie case non da turista straniero ma da autoctono libero e fiero delle proprie origini, storia, lingua e matrice culturale.

È stato questo un passaggio prevedibile e necessario – anche se, a ben leggerne le dinamiche e l’evoluzione, è stato assai poco previsto e mai del tutto predisposto – che avrebbe dovuto trasmettere in modo naturale il testimone e la responsabilità di custodire storia ed identità, intesa quest’ultima nel suo significato più ampio, di fronte agli uomini ed ai tempi.

Non doveva certo trasformarsi in una caduta rovinosa nel corso della quale disattendere persino le aspettative originarie dei padri, allontanarsi dai loro valori fondanti, disconoscere ragioni ed identità, mascherandosi dietro ai paraventi ipocriti e gretti, di badogliana memoria, della rivalutazione di scenario e dei mutamenti dei tempi e delle condizioni, mai avvenuti di fatto se non nella sciocca e vuota propaganda di chi non sa, non è capace di valutare né di rapportarsi alla storia ed all’oggettività.

Il momento storico non si sarebbe dovuto trasformare in un ucronico naufragio sullo scoglio delle sirene ma, invece e sciaguratamente, così è stato.

Il mondo dell’associazionismo è stato da sempre connotato da due filoni ideali principali, entrambi benemeriti e volti, su strade parallele e contigue, al supporto ed alla soluzione delle esigenze della base associativa: chi – generalmente le associazioni sorte in un primo periodo dell’immediato dopoguerra – si affaccendava nell’assistenza ai profughi ed agli esuli per questioni materiali immediate (casa, impiego, pensione, qualifiche e pratiche varie, ecc.), chi – l’Unione degli Istriani in particolare, sorta sessant’anni fa proprio per trovare risposta alla sete di iniziativa giuridica e di assistenza ad alto livello di una gran parte degli esuil in Italia e nel mondo – si lanciava in azioni di tutela delle rivendicazioni su base legale sia personale che a livello nazionale ed internazionale (restituzioni, indennizzi, lotta agli ingiusti Trattati ed alla loro ratifica, rapporto diretto con le istituzioni sui temi caldi, ecc.).

Inentrambe le situazioni, le associazioni ed i loro apparati si erano votati ad una vita di sacrificio e di continua lotta nel nome degli ideali di italianità, di sacrificio e perseveranza patriottica e nello spirito di servizio disinteressato a favore dei molti fratelli esuli in patria.

Oggi, invece, mentre l’unica associazione che persevera con le sole proprie forze ad insistere sui grandi temi della storia e del diritto è proprio la Libera Provincia dell’Istria in Esilio, le associazioni consorelle hanno abbandonato ogni attività di tipo assistenzialista a favore della base – lasciando anche questo fardello, come nel caso del supporto alla gestione delle pratiche dei beni abbandonati, all’Unione degli Istriani, appunto – facendo convergere le proprie forze e risorse sia umane che economiche sempre più verso astruse proiezioni pseudo culturali in terra straniera – che alcun beneficio concreto ottengono né per gli esuli, né per le terre irredente se non favorire l’egemonia politica e materiale dell’Unione Italiana, vera lobby guidata da abili uomini forti i cui principi si ispirano più alla risolutezza dello czar Putin che non alla rappresentatività democratica di cui vorrebbero farsi latori –, raduni in Istria per aggruppare nei migliori alberghi della costa – sempre e comunque con la bella stagione! – improvvidi turisti di terza o quarta generazione, ed in operazioni d’immagine – personale – che recano più danno che guadagno alla collettività di cui si dicono rappresentanti.

L’antico impegno ideale, volto all’ausilio di tutti e ciascuno, è stato dapprima relegato alle nicchie stantie di singoli anziani associati che per anni se ne erano presi carico e progressivamente abbandonato in favore delle più facili ed appariscenti attività appena citate: i nobili impegni associativi di una vita sono stati spazzati via senza ripensamento o rimorso alcuno dalle giovani dirigenze.

Tale primo, totale fallimento al cospetto dei tempi è coevo, anno più anno meno, al sorgere, ad opera di politici cosiddetti “amici” – dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Dio, recitava giustamente la saggezza popolare !! – dei provvedimenti legislativi che, tramite finanziamenti a progetto, avrebbero dovuto garantire la solidità economica a supporto delle attività delle associazioni degli esuli.

La sostanziale inadeguatezza ed impreparazione dei vertici associativi di allora contribuì a non comprendere innanzitutto il meccanismo di funzionamento della legge n. 72 del 2001, e delle sue successive modifiche, meglio nota come “legge Giovanardi” dal nome del suo promotore – la quale prevedeva di compensare tutta o in parte una determinata attività culturale promossa dalle associazioni in un momento successivo all’avvenuta esecuzione o completamento di un determinato progetto, mentre venne intesa, o peggio venduta alla propria base associativa, erroneamente come un finanziamento a pioggia da ottenere prima o, al peggio, durante l’esecuzione del detto progetto – e, in seconda battuta, a non voler riconoscere i rischi ed i pericoli celati nell’affidare le sorti economiche e, in ultima analisi, di vita ed azione delle associazioni alle risorse derivanti da quel solo provvedimento legislativo.

Il risultato, certamente non voluto ma altrettanto sicuramente non difficile da vaticinare anche allora, è stato l’ingenerarsi di gravissime difficoltà economiche e burocratiche per molte delle organizzazioni degli esuli, e la sostanziale quasi paralisi e bancarotta per talune di esse.

Improvvidi amministratori di circoli, comitati e famiglie, troppo fiduciosi nelle leggi “amiche” ed incapaci di stare al passo con i tempi nella gestione della burocrazia e del cartame oggi necessario per accedere a fondi e finanziamenti di qualsiasi tipo, hanno finito per rimetterci soldi, beni, proprietà sia degli enti amministrati che, persino, personali e familiari.

Inoltre, con la crisi economica che ha colpito ogni livello ed ogni aspetto della nostra società in questo inizio di millennio, l’apparente durevolezza dei finanziamenti e l’ipotetica garanzia dei danari pubblici, sono state pesantemente ridimensionate, se non annullate, dallo Stato e dai suoi amministratori, facendo di colpo mancare alle associazioni quei soldi che, ormai, troppo spesso erano loro necessari e ricercati più delle droghe ai tossicodipendenti.

Triste paragone, lo si concede, ma mai più veritiero: anche l’Unione degli Istriani, la quale si era sin dall’inizio attrezzata per far fronte adeguatamente al lavoro di segreteria necessario ad attingere i fondi e, al contempo, a reagire e sopperire con prontezza all’improvvisa mancanza degli stessi, ha risentito di questo improvviso vuoto.

È questo il motivo, ad esempio, per il quale il periodico ha subito una temporanea alterazione cautelativa della propria periodicità, uscendo nel 2014 con un primo numero multiplo, nell’attesa di comprendere quale periodizzzione delle uscite sia più congeniale e sostenibile date le mutevoli condizioni di consistenza dei finanziamenti pubblici.

La nascita delle leggi “amiche” sui finanziamenti, come si diceva, è stata coeva al cambio di rotta da parte delle principali associazioni consorelle: più di qualcuno, allora e nel corso degli anni, ha legato la virata di bordo ai vantaggi economici derivanti dai finanziamenti pubblici, avanzando la teoria, non troppo risibile, che i soldi ai vertici associativi fossero il contrappeso alle posizioni ammorbidite su temi storici, quali ad esempio le restituzioni, gli indennizzi definitivi o, per toccare un nervo ancora scoperto, sul ritiro dei milioni di dollari depositati dalla Slovenia in ottemperanza, imperfetta, all’Accordo di Roma del 1983 e mai ancora ritirati dall’Italia.

Anche in questo caso, tanto più nell’ipotesi più deteriore dei finanziamenti come leva dello Stato contro le legittime resistenze degli esuli più intransigenti, il fallimento è stato totale: dopo un paio d’anni d’ossigeno, i fondi sono stati rarefatti, distribuiti a singhiozzo, ridotti ed infine razionati, quasi per scomparire.

I trenta denari che le associazioni – non gli esuli, attenzione, ma le associazioni che ne sono destinatarie! – avevano barattato con la dignità di tutti, sono risultati più falsi di un tallero bucato.

Con Giuda Iscariota, i sommi sacerdoti si comportarono più correttamente.

Tale duplice fallimento, è in realtà una triplice sconfitta.
Oltre al disconoscimento dei principi fondanti ed alla svendita della propria dignità concludendo un affare bislacco ed a termine come quello dei finanziamenti, le associazioni hanno perso l’appuntamento con la storia, mancando quello che sarebbe dovuto essere il loro obiettivo supremo e che, ancora una volta, hanno annacquato e vanificato in personalismi, facili arrivismi e miopie di portata epocale.

Da anni, ormai, pochi illuminati avevano predetto le tristi sorti della nostra gente, della nostra storia e della nostra cultura: era quindi impellente attrezzarsi alla pari di altri gruppi minoritari presenti nel corpo dello stato, per garantire la sopravvivenza della propria memoria all’esaurimento biologico, per taluni versi persino ovvio e naturale, che attendeva.

Di certo le situazioni altre – penso alle minoranze etniche e linguistiche come gli sloveni del Friuli Venezia Giulia, i croati del Molise, alle realtà politiche complesse e problematiche come quelle del sud Tirolo, agli unici nella storia come gli Ebrei, tanto per citarne alcune – hanno spesso goduto dei favori di una posizione sociale, politica ed ideologica non ostile come quella riservata dalla Patria Matrigna, per tanti anni, ai suoi figli migliori scampati ai massacri delle Foibe ed allo strazio dell’Esodo.

Ma è altrettanto vero che né le associazioni – che avrebbero dapprima voluto e poi dovuto rivestire il ruolo di nume tutelare della storia e delle genti istro-dalmate – né la classe politica considerata erroneamente vicina e favorevole, hanno saputo radicare persone ed enti dediti allo studio scientifico e programmatico della nostra cultura, o indirizzare sforzi e denari a progetti culturali efficaci, articolati e di lungo periodo per la diffusione ed il consolidamento delle nostre verità o, ancora, attuare sinergie attuali e durature per garantire l’informazione realmente scientifica e moderna sui nostri temi.

Si pensi, tanto per esemplificare, alla nascita dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata di Trieste (IRCI), cui venne subito contrapposta la costituzione disgregante di un ente-fantasma come il Centro di Documentazione Multimediale (Cdm); alle dubbie sorti scientifiche di entrambi gli istituti – l’uno con una vasta gamma di produzioni librarie ma in netta decadenza, con una rivista semestrale di cultura ormai decaduta e scomparsa, privo di una linea programmatica ed articolata nell’ambito della ricerca attiva, con un patrimonio librario consistente, pur indefinito, non accessibile ai più e non inserito nei circuiti biblioteconomici multimediali di valenza nazionale, privo di una reale ed efficace presenza in rete; l’altro presente da sempre con un sito internet, ormai statico e dai contenuti poco attuali e rilevanti, e con un logo dalla grafica accattivante ma del quale non si comprende la concreta ed effettiva attività –; al lungo brodo della nascita dell’eternamente costituendo Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata a Trieste, decadente capitale morale dell’Esodo; all’utilizzo improprio ed improvvido dei finanziamenti pubblici, quando c’erano, da parte di associazioni che stamparono magliette e gadget con il logo sociale, preferendone la realizzazione alle opere di ricerca scientifica attiva; all’utilizzo dei medesimi fondi per stampare volumi, a volte anche utili e di interesse generale, che sono stati poi distribuiti nel solo ottuso circuito degli associati e non al più vasto pubblico, che sarebbe dovuto esserne il principale fruitore; alla totale mancanza di progetti di ricerca storica, etnografica, musicologica, scientifica insomma – quella vera – da affidare a studenti e dottorandi in collaborazione con le università e con i principali istituti di ricerca scientifica nazionali ed esteri; alla inesistente convergenza di fondi verso la formazione sistematica e fondata su principi scientifici ed attuali di personale preparato per la divulgazione alle scuole e ai giovani della nostra storia in occasione del Giorno del Ricordo per evitare, come ormai troppo spesso accade, che scuole ed istituzioni pubbliche facciano riferimento in simili occasioni direttamente agli Istituti della Resistenza o, peggio ancora, a pseudostorici negazionisti o riduzionisti; all’impreparazione delle associazioni ad affrontare il momento catartico del centenario della Grande Guerra, che tanti influssi ebbe sulla storia delle terre irredente e che le vide protagoniste indiscusse di talune delle dinamiche del più ampio scenario europeo e che, come ben comprensibile, necessitava di una preparazione programmata e di lungo periodo; ecc.

La sconfitta più grave, ormai già avvenuta, è quella di esser stati artefici della propria stessa damnatio memoriæ, avendo voluto delegare il racconto dei nostri padri, delle nostre tradizioni, delle nostre terre a personaggi poco e male informati orbitanti per interesse attorno al nostro mondo, a negazionisti e riduzionisti di professione, agli eterni Rimasti – sempre vivi ed attuali ma mai troppo lontani, nella loro visione della nostra storia, dalla vulgata propagandistica del vecchio regime Titino – che hanno sofferto sempre e comunque più dei nostri padri o, ancora, a simpatici menestrelli dalla facile canzonetta e dal successo garantito, che spiegano male ed erroneamente persino i fatti storici più acclarati.

Citando me stesso in un eccesso di immodestia: Esodo giuliano-dalmata, ormai l’importante è farsi fotografare assieme a Simone Cristicchi. Tutto il resto passa, anzi è ormai passato.

Twitter_bird_icon@EnricoNeami

Annunci